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La tv RT racconta la storia di giovani donne (ma anche uomini) che rischiano la vita per disinnescare ordigni di fabbricazione italiana, cinese, portoghese e russa. Sotterrate ci sono almeno sette milioni di mine anti uomo

Una donna membro del team di sminatori

Una donna membro del team di sminatori

di Alessandra Mincone

Roma, 27 dicembre 2019, Nena News – Il Sahara occidentale è una regione africana di circa 266 mila chilometri quadrati martoriata da una storia di colonizzazione; ad oggi è divisa da un terrapieno di sabbia lungo oltre 2700 chilometri, dove si estende uno dei territori più pericolosi al mondo, un’area militare circoscritta da bunker, fossati e filo spinato.

Da un lato l’occupazione marocchina, che vanta della costa atlantica per la pesca, ma soprattutto dei giacimenti petroliferi e dei depositi di fosfati; mentre al confine con la Mauritania, diversamente, una terra povera e pericolosa abitata da popoli in cerca della propria indipendenza.

Nel 2017 le Nazioni Unite hanno dichiarato sul territorio desertico del Sahara almeno sette milioni di mine anti uomo, che hanno prodotto dal cessate il fuoco del ’91 una fuga di massa di saharawi dai campi minati ai campi profughi in Algeria. Già da prima del 1991 la popolazione saharawi reclamava un referendum sull’indipendenza che il Marocco continua a non legittimare. E se per un verso l’occupazione economica e militare ha spinto migliaia di saharawi a fuggire dalle proprie terre, c’è stato anche chi ha rischiato la propria vita per il diritto al ritorno del popolo saharawi.

Ne ha raccontato proprio nel 2017 RT Documentary, filmando la storia di donne che rischiano la propria vita per disinnescare gli ordigni sotterrati. Noi di NenaNews abbiamo tradotto alcune interviste dal documentario, per dare rilevanza al ruolo delle donne in uno dei contesti più martoriati dell’Africa, e dove proprio le donne, stimolano il coraggio a rivendicare il diritto a ritornare nelle proprie terre.

Lavoriamo tutto i giorni, eccetto i week end. Cominciamo verso le 5/5:30 del mattino e alle 6:00 siamo in campo. È meglio cominciare nelle prime ore della giornata per evitare il sole, visto che si lavora sempre sotto il sole.” Queste le parole iniziali della leader del team Alpha, 26 anni, entrata nell’organizzazione nel 2015.

foto di Martine Perret/UN

foto di Martine Perret/UN

Il territorio è desertico e presenta rischi molto alti per chi quotidianamente lo abita. Si stima che nel Sahara liberato ci siano oltre trentamila abitanti. Di questi un gran numero è composto da pastori, spesso tra le maggiori vittime delle mine antiuomo, esplose quando gli animali si avvicinano nelle vicinanze del Muro della Vergogna.

“C’è la possibilità di incidenti che coinvolgano chi è sui campi minati. In più, essendo il territorio desertico, ci sono molti rettili e serpenti pericolosi. (…) Una volta mi trovai un piccolo serpente vicino. Ero così spaventata che mi aumentò la pressione del sangue; ma erano tutti terrorizzati. Compresi che mi faceva più paura un serpente che un territorio minato.”

I cameramen riprendono i momenti dove uomini e donne in maniera minuziosa gestiscono e portano avanti il loro lavoro, disinnescare ordigni di fabbricazione italiana, cinese, portoghese o russa: “Seguiamo delle linee, l’area è divisa in quadrati di cinquanta centimetri. Portiamo con noi delle pietre bianche, rosse e blu ognuno nel proprio secchio. Le pietre blu rappresentano il punto di partenza. Le pietre bianche, a continuare lungo la zona sicura e poi le rosse, che indicano pericolo. Ci sono aree sicure ed aree ad alto rischio. Lo sminatore lavora velocemente, andando avanti a intervalli di 50cm.”

Questi professionisti, armati di attrezzi metallici per individuare bombe innescate e raggirare ove possibile eventuali pericoli, mettono la propria vita a disposizione per il diritto all’indipendenza del Sahara occidentale ed il diritto al ritorno presso le proprie terre. “Veniamo qui per pulire il territorio e ristabilire una confidenza con la terra, per fare in modo che le persone possano tornare nei posti dove oggi è tutto distrutto.”

Pare persino che dai campi profughi dell’Algeria qualcuno sia riuscito a fare ritorno, anche se resta alta la guardia contro le violazioni che l’esercito e lo Stato marocchino vanno continuamente ad esercitare contro gli saharawi, mentre beatamente godono delle risorse da loro rinvenute.

“Purché sia sicuro, a noi piace vivere qui; non importa il calore o la distanza per raggiungere l’acqua potabile. Vogliamo riprenderci ogni spazio della terra che sarà liberata. C’è stato un tempo in cui se io e le mie figlie sentivamo un areoplano, pensavamo subito che fosse un attacco aereo. I miei bambini avevano gli incubi. Aerei e carri armati erano il nemico venuto per noi. Dovevi alzarti, spaventata, e correre lontano fuori da casa. La gente non poteva dormire in pace.”

 GUARDA IL DOCUMENTARIO REALIZZATO DA RT

 

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