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Il campo profughi palestinese a Beirut, già in condizioni terribili, ospita oggi migliaia di rifugiati dalla Siria. Ma a coloro che vogliono lasciare Shatila al suo destino risponde chi al contrario non rinuncia ai diritti e alla giustizia. Come Abu Mujahed del CYC

Shatila. Profughe siriane davanti a un ambulatorio medico (foto Michele Giorgio)

Shatila. Profughe siriane davanti a un ambulatorio medico (foto Michele Giorgio)

 

di Michele Giorgio – IL MANIFESTO

Campo profughi di Shatila (Beirut), 12 gennaio 2016, Nena News – La finestra dell’ufficio di Abu Mujahed nel Children and Youth Center (CYC) affaccia su un cortile rettangolare delimitato da edifici fatiscenti. Su uno di essi, quello un po’ più alto, dominano i poster con i volti dei tre leader del Fronte popolare per la liberazione della Palestina.

LE IMMAGINI DICONO che questo angolo del campo profughi di Shatila, alla periferia sud di Beirut, ospita associazioni e strutture della sinistra palestinese. O forse era così fino a qualche anno fa. Tante cose sono cambiate qui, in Libano, nella regione. E molte altre sono rimaste le stesse in questo minuscolo campo palestinese che, assieme a quello di Sabra, ha legato il suo nome al massacro del 1982 (circa 3mila vittime). Di sicuro non sono migliorate le condizioni di vita di coloro che vi abitano e che da 70 anni sperano di tornare con figli e nipoti nella terra da cui fuggirono o che furono costretti a lasciare sotto la minaccia delle armi. E perciò si aggrappano con tutte le forze alla mai applicata risoluzione Onu 194, che sancisce il “diritto al ritorno” per i profughi palestinesi.

 NON LONTANO DA QUI c’è il memoriale delle vittime di Sabra e Shatila voluto da Stefano Chiarini, giornalista del manifesto ed esperto di Medio Oriente scomparso nel 2007. Quattro mesi fa è morto Maurizio Musolino, anche lui giornalista, che aveva portato avanti la volontà di Chiarini di tenere viva la memoria di quel massacro di vite innocenti.

Shatila (foto Michele Giorgio)

Shatila (foto Michele Giorgio)

ABU MUJAHED ha un nome e cognome ma per tutti è solo Abu Mujahed, l’educatore, l’uomo che per gran parte della sua vita ha provato a dare la gioia dell’infanzia e dell’adolescenza ai ragazzi del campo. All’improvviso nel cortile appare un folto gruppo di donne, una trentina, che si accampa davanti a una porta di metallo. «Sono donne siriane incinte. E quella è la porta di uno studio medico. Tra poco arriverà un ginecologo per le visite di controllo», ci dice Abu Mujahed.

QUELL’IMMAGINE DI DONNE in attesa, alcune accompagnate dal marito, altre sole, offre ad Abu Mujahed l’opportunità di spiegarci le condizioni di vita a Shatila. «È un formicaio ormai – dice – il sovraffolamento ha raggiunto vette mai toccate. Stiamo facendo il nostro dovere aprendo le nostre braccia e le nostre case a tanti fratelli palestinesi e siriani che sono scappati dalla guerra. È giusto così perché siamo profughi e sappiamo cosa significa dover lasciare la propria terra e perdere tutto. Shatila però è grande appena 1 km2 e prima (della guerra in Siria) ci vivevano già 20mila persone, tra noi palestinesi e i lavoratori siriani, curdi, iracheni giunti a Beirut negli anni passati. Ora, dopo l’arrivo dei profughi (siriani) siamo almeno 25mila. Il campo scoppia, non riesce a reggere il peso di tanta gente. I pochi servizi disponibili, a cominciare da quelli sanitari, sono sul punto di crollare. I prezzi degli affitti sono schizzati verso l’alto. Oggi una stanza in una casa di questo misero campo può costare anche 200 dollari al mese». L’aiuto che riceve Shatila è largamente insufficiente. La miseria spesso si accompagna alla disperazione. «Migliaia persone non hanno un lavoro – ricorda Abu Mujahed – perché la legge libanese lo vieta. Il tasso di disoccupazione nel campo è superiore al 50%, tra i giovani è l’80%».

PERCORRENDO A PIEDI le strade strette di Shatila, intasate di auto, allagate dalla pioggia e sulle quali gravano come insidiose ragnatele i fili dell’alta tensione, si ha davanti agli occhi la fotografia del campo fatta da Abu Mujahed. Il sovraffolamento non è una novità ma adesso, in certe ore, si fa fatica a spostarsi da un punto all’altro, tra i carretti degli ambulanti, ora anche siriani, che sperano di guadagnare quel poco che basta per sfamare una famiglia, giovani senza un’occupazione, maschi adulti che si arrangiano come possono nelle botteghe, madri con figli piccoli alla ricerca di generi alimentari a basso costo.

Abu Mujahed, nella libreria del CYC (foto Michele Giorgio)

Abu Mujahed, nella libreria del CYC (foto Michele Giorgio)

I più “fortunati” lavorano illegalmente fuori dal campo, nell’edilizia, in agricoltura, in qualche piccola fabbrica malandata per pochi dollari al giorno. Oppure, se istruiti, come impiegati nelle strutture sanitarie e scolastiche dell’Unrwa, l’agenzia dell’Onu che assiste i profughi palestinesi. «L’istruzione è sempre di più un sogno per chi vive a Shatila. Il sistema educativo vacilla – spiega Abu Mujahed – Le condizioni di vita e la carenza di strutture sono la causa dell’evasione scolastica in costante aumento. L’analfabetismo tocca il 15% dei maschi adulti e il 23% delle donne adulte. Solo il 50% ha concluso gli studi elementari». Ai bambini del campo, aggiunge, «si sono aggiunti negli ultimi anni quelli palestinesi giunti dalla Siria, le classi esplodono e gli insegnanti fanno fatica».

I PIÙ PENALIZZATI  sono i bambini siriani che dovrebbero frequentare le scuole pubbliche libanesi. Le autorità nei mesi scorsi hanno dato garanzie sul loro diritto all’istruzione, le cose però non vanno sempre in quella direzione.

Abu Mujahed e il suo staff si sono organizzati per offrire, a bambini e ragazzi siriani che non frequentano la scuola, lezioni speciali nel Children and Youth Center. «Sappiamo di non poter sostituire la scuola – ci dice – ma almeno diamo a questi ragazzi un minimo di istruzione e la possibilità di non stare in strada». «Per fortuna – ricorda – qui a Shatila, oltre alla nostra, operano diverse associazioni locali e straniere a sostegno dei giovani palestinesi e ora anche siriani».

 UNA È LA STORICA “Beit Atfal al Sumud” che ha progetti anche negli campi palestinesi in Libano. Non mancano anche ong e associazioni italiane. Tra queste “Un Ponte per”, impegnata con giovani volontari, e la “Associazione per la Pace”. Quest’ultima da anni coopera con il CYC di Abu Mujahed in vari progetti per i ragazzi palestinesi e siriani, come il nuovo asilo (Tenda di Pace) per 60 bambini di età tra 3 e 6 anni, i corsi di sostegno scolastico “All the Children have right to…” e “Sport in Shatila” che garantisce l’accesso all’attività sportiva a centinaia di ragazzi e ragazze e corsi di formazione per insegnanti, e al quale ha collaborato l’Associazione Italiana Allenatori Calcio (Aiac) e il suo presidente Renzo Ulivieri. A favore dei profughi palestinesi e siriani operano in altri campi del Libano anche Ulaia Arte Sud, Terre des Hommes-Italia e il Gvc di Bologna.

Come se i problemi non bastassero, su Shatila e altri campi palestinesi cresce ora la pressione delle forze di sicurezza libanesi. Tra i profughi palestinesi, affermano i capi dell’intelligence, si nascondono o trovano rifugio jihadisti giunti dalla Siria e altri Paesi.

Shatila (foto Michele Giorgio)

Shatila (foto Michele Giorgio)

 IL CAMPO PIÙ PRESO DI MIRA è quello di Ain al Hilwe dove le autorità militari hanno iniziato – i lavori sono per il momento sospesi – la costruzione di un muro di cemento armato per isolarlo dal resto della città di Sidone a causa della presenza al suo interno di gruppi jihadisti. Intorno ad Ain el Hilwe, dove nei giorni scorsi 4 persone sono morte in scontri a fuoco tra Olp e islamisti armati non pochi dei quali giunti dalla Siria, il cordone dell’esercito si è fatto ancora più stretto. «Con tutto il rispetto, io le autorità le capisco fino a un certo punto – sbotta Abu Mujahed – Siamo indifesi, viviamo in condizioni terribili con migliaia di persone che hanno bisogno di tutto e ora ci chiedono pure di fare il lavoro della polizia. Spetta alle forze di sicurezza impedire che fanatici ed estremisti arrivino qui da noi. Siamo l’anello più debole, ospiti non graditi chiusi in campi persino peggiori delle prigioni. Dovrebbero aiutarci e non darci delle colpe. Toglieremmo volentieri il disturbo per tornare nella nostra terra ma Israele ce lo impedisce, siamo qui contro la nostra volontà».

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