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Più vulnerabili allo sfruttamento e alla discriminazione, le donne asiatiche costituiscono nel mondo del lavoro, secondo la ILO la categoria di migranti che cresce con più rapidità

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di Barbara Antonelli

Roma, 12 settembre 2012, Nena News - Colf, collaboratrici domestiche, cameriere. Sono migliaia le donne asiatiche impiegate nelle case di benestanti famiglie (ma anche in hotel e ristoranti) in Medio Oriente, soprattutto nei ricchi paesi del Golfo. Un esercito di donne (ma anche uomini) che lavorano con orari impossibili, ricevendo poco cibo nelle famiglie che li ospitano, zero ferie, né giorni di riposo. E con salari mensili da fame. Provengono principalmente da Sri Lanka, Filippine, Nepal, Indonesia ma anche India, Pakistan e Bangladesh. Per sfuggire alla povertà si recano in Libano, Giordania, Arabia Saudita, Kuwait, Emirati Arabi, Barhein, Qatar.

L’anno scorso è stato un caso di cronaca, tra i più efferati, a riaccendere i riflettori su questo popolo invisibile, che vive ripulendo la sporcizia (è il caso di dirlo) di lussuose abitazioni: Lahanda Purage Ariyawathie, 49 anni fu costretta a rientrare in Sri Lanka a fine agosto 2010, dopo mesi passati come cameriera alle dipendenze di una ricca famiglia di Riyadh (Arabia Saudita). I medici allora le rimossero dal corpo almeno 24, tra chiodi e aghi, che il suo datore di lavoro, un saudita, gli aveva conficcato nel corpo, come punizione alle sue continue lamentele: Lahanda chiedeva solo di essere alleggerita dalle innumerevoli mansioni domestiche. I raggi x evidenziarono chiodi dai 2 ai 5 centimetri nelle mani e nelle gambe della donna.

Ma quello di Lahanda non è un caso isolato. Da anni l’organizzazione Human Rights Watch,  monitora le violazioni ai danni di colf, cameriere e badanti; situazioni di sfruttamento, abusi verbali, psicologici, fisici e sessuali, condizioni di lavoro inumane. Un problema che è noto anche ai paesi di provenienza delle migranti. Non è per caso che il governo nepalese ha tenuto in vigore una legge, dal 1998 (anno in cui una donna nepalese vittima di abusi sessuali in Kuwait si suicidò provocando uno scandalo nazionale) al 2010 che letteralmente vietava l’emigrazione femminile verso Arabia Saudita, Kuwait, Emirati e Qatar. Le nepalesi per non essere arrestate, arrivavano nel Golfo dopo aver soggiornato in India per qualche tempo.

A luglio 2011 è poi scoppiata una vera e propria crisi diplomatica tra il governo di Manila e quello di Riyadh: oggetto dell’impasse, le centinaia di migliaia di lavoratori- domestici, camerieri, autisti, giardinieri – di origine filippina impiegati nelle abitazioni dei sauditi. Sia le Filippine che l’Indonesia da tempo chiedono migliori condizioni per i connazionali impiegati nel regno dei Saud; richieste alle quali il governo saudita ha risposto con il blocco del rilascio dei visti.

Anche Jakarta aveva annunciato una moratoria sull’invio di lavoratori indonesiani in Arabia Saudita (con data di inizio il 1 agosto), in seguito alla decapitazione di una donna, (in Arabia Saudita vige infatti la pena di morte): una lavoratrice di Giava occidentale, Ruyati Binti Sapubi, accusata di omicidio del proprio datore di lavoro; ci sarebbero nella monarchia saudita, almeno altri  25  lavoratori – secondo le organizzazioni in difesa dei diritti umani – la cui condanna a morte è stata già eseguita: in tutti i casi i lavoratori, in larga maggioranza donne, avevano dichiarato di aver agito in autodifesa per le violenze, anche sessuali, e gli abusi subiti dal proprio datore di lavoro.

Per le petromonarchie del Golfo si può parlare ad oggi di una vera e propria de-arabizzazione del mercato del lavoro; all’inizio venivano impiegati migranti provenienti dai vicini paesi arabi più poveri (quali Yemen o Egitto); da anni invece si preferiscono i lavoratori e le lavoratrici asiatiche, definiti “più efficienti e obbedienti”, più economici da impiegare e licenziare. Un business da milioni di dollari che genera un vero e proprio traffico di manodopera a basso costo, in cui sono le donne quelle a pagare il prezzo più caro.

Più vulnerabili allo sfruttamento e alla discriminazione, le asiatiche costituiscono nel mondo del lavoro, secondo la ILO (Organizzazione Mondiale del Lavoro), la categoria di migranti che cresce con più rapidità. 1,5 milioni di donne asiatiche lavorano (legalmente  e illegalmente) all’estero; oltre ai casi estremi di abuso fisico e sessuale (28 su 86 collaboratrici domestiche in Arabia Saudita  intervistate da HRW nel 2008, avevano subito abusi sessuali), sono soggette a quotidiane condizioni di sfruttamento, sottolinea la ILO, incluse restrizioni di varia natura: per esempio, molti paesi di destinazione del Medio Oriente non consentono alle donne di immigrare con la propria famiglia; oppure una volta impiegate, non possono cambiare lavoro per almeno due anni. Il sistema poi di “sponsorizzazione” che regolamenta i permessi di soggiorno in molti paesi arabi è da tempo soggetto a critiche da parte di molte organizzazioni, comprese le Nazioni Unite: la “kafala” (che significa in arabo “garanzia”), un sistema di accordi tra i datori di lavoro nei paesi di destinazione e le agenzie di collocamento nei paesi di origine, per cui il lavoratore ottiene il permesso solo se “sponsorizzato” da un cittadino o da una società locale. Un sistema che lega a doppio filo le lavoratrici ai loro padroni, contro la cui volontà non possono tornare nei loro paesi; in alcuni casi i  loro passaporti vengono “sequestrati” fino alla fine del contratto, non possono cambiare impiego, né – almeno per l’Arabia Saudita e il Kuwait – lasciare il paese.

Ignorate dalle normative in materia di lavoro non possono fare nulla, se non rimanere “imprigionate” nelle 4 mura domestiche: infatti la maggior parte dei paesi del Medio Oriente  non include i collaboratori domestici nella normativa che regola altre categorie di lavoratori, costringendo così le immigrate a non godere di alcuna tutela giuridica. Nena News

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