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La seconda chiusura nazionale ordinata dal primo ministro per tentare di contenere il forte aumento del contagio è stata accolta con disappunto da molti israeliani. Pochi credono che durerà tre settimane come annunciato dal governo

israele covid

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Gerusalemme, 19 settembre 2020, Nena News -L’inizio ieri alle 14 del secondo lockdown anti-coronavirus  in Israele ha anticipato di qualche ora il Capodanno ebraico. Durerà, o meglio, dovrebbe durare tre settimane nel tentativo di abbassare la curva dei contagi.

L’incertezza però regna sovrana. Troppe le voci contrarie al provvedimento annunciato dal governo. Già circolano indiscrezioni sulla possibilità che il provvedimento venga allentato dopo il Kippur, comunque prima della festa dei Tabernacoli (Succot), a causa delle pressioni dei religiosi ortodossi che accusano il premier Netanyahu, il commissario per la pandemia Gamzu e il ministro della sanità Edelstein di aver imposto la chiusura nel periodo delle festività ebraiche.

Netanyahu non è mai stato un sostenitore del lockdown. Fino qualche giorno fa si vantava di aver evitato all’economia israeliana le gravi conseguenze provocate dalla lunga chiusura anti-Covid in diversi paesi europei.

Proprio la riapertura affrettata del paese (scuole comprese) decisa dal suo governo lo scorso maggio è stata la causa, secondo gli esperti, della seconda ondata del contagio. Ora il premier è costretto ad imporre il nuovo lockdown di fronte a numeri che non lasciano alternative: i casi positivi sono oltre 5mila al giorno, negli ospedali (ormai saturi) è salito a 577 il numero dei malati in condizioni critiche e, di questi, 153 sono intubati. I decessi in totale sono 1.169, in buona parte avvenuti negli ultimi due mesi.

La chiusura è «importante» e «necessaria» ha spiegato giovedì sera Netanyahu in diretta tv, esortando la popolazione a rispettare le misure per fermare il contagio. Ha assicurato che il governo ha fatto il possibile per trovare un equilibrio tra l’aspetto sanitario e le esigenze economiche ma, ha aggiunto, il primo obiettivo è proteggere le vite umane e, per questo, non esiterà se necessario ad allungare il blocco.

Il tono deciso del premier non ha convinto tutti. «La crisi economica e la fame faranno più vittime del Covid», dicono tanti israeliani. Centinaia di persone giovedì hanno manifestato a Tel Aviv contro la chiusura. Imprenditori e commercianti minacciano di restare aperti nonostante la presenza nelle strade di migliaia di agenti di polizia e soldati incaricati di impedire violazioni della chiusura.

Altrettanto dicono di voler fare tanti proprietari di ristoranti, pub e locali pubblici. «Ci ordinano di lavorare solo con le consegne a domicilio e poi non vietano le manifestazioni pubbliche» denunciano riferendosi alla disposizione che permette di tenere raduni di protesta (e preghiere) in gruppetti da 20. Non manca chi, al contrario, si lamenta per le deroghe alle restrizioni e la confusione che ha segnato le decisioni del governo.

Il divieto di non allontanarsi da casa oltre i 500 metri è già stato mitigato. Non è permesso spostarsi in città e le spiagge sono blindate però si può andare all’aeroporto e viaggiare all’estero. Di fronte a caos ed incertezza è sceso in campo il capo dello stato Rueven Rivlin che ha chiesto scusa agli israeliani.

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