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Fine delle consultazioni tra i neodeputati e il presidente Rivlin: Netanyahu verso l’ufficializzazione del quarto incarico, con 61 voti su 120 alla Knesset. Decisivo Kulanu, Yesh Atid sceglie l’opposizione. E gli Stati Uniti non difendono Israele al forum annuale dell’Onu sui diritti umani

Foto: Ansa/Epa

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della redazione

Roma, 23 marzo 2015, Nena News – Sono appena terminate le consultazioni tra il presidente israeliano Reuven Rivlin e i nuovi deputati della Knesset per la nomina del premier che formerà il prossimo governo israeliano. E, come era chiaro fin dalla proclamazione della sua vittoria alle elezioni del 17 marzo scorso, non ci sarà nessun governo di “unità nazionale”: la maggioranza ha scelto Benjamin Netanyahu. Ora si attende l’annuncio ufficiale dell’incarico, poi il quattro volte premier avrà un mese di tempo per scegliere i ministri e formare la sua squadra di governo.

Rivlin, che ieri ha incontrato i delegati  di Likud, Campo Sionista, Lista Araba Unita, Shas, Giudaismo Unito per la Torah e Casa Ebraica, si era raccomandato di formare un governo di larghe intese: “Le questioni politiche – avrebbe detto ieri ai delegati – e la pressione che i nostri migliori amici in Europa e negli Stati Uniti eserciteranno richiedono un’ampia coalizione nella prossima Knesset”. Ma le posizioni sembrano nette: degli 81 deputati sentiti ieri, ben 55 si sono espressi a favore di Netanyahu capo del governo. Se non gli fosse stato affidato l’incarico, hanno fatto sapere i partiti che lo appoggiano (Shas, Giudaismo Unito, Casa Ebraica), i deputati sarebbero passati all’opposizione. Campo Sionista ha nominato Yitzhak Herzog come premier, mentre la Lista Araba Unita, come prevedibile, ha preferito non nominare nessuno visto il suo rifiuto per i partiti sionisti.

Oggi, invece, è stato il giorno di Kulanu, Yesh Atid, Meretz e di Yisrael Beitenu. Moshe Kahlon, leader del neonato partito centrista, ha assicurato i suoi 11 seggi a Netanyahu, portandolo alla sospirata maggioranza di 61 deputati alla Knesset. Yair Lapid, invece, non ha raccomandato nessun premier, dichiarando di voler “servire i nostri elettori e tutto l’elettorato” dai banchi dell’opposizione. La stessa strada verrà percorsa dal partito di sinistra Meretz, mentre il quotidiano Times of Israel suggerisce che quasi certamente Yisrael Beitenu dell’ex ministro degli Esteri Avigdor Lieberman si unirà alla coalizione di maggioranza guidata dal Likud.

Dopo le consultazioni comincia anche il toto-ministri. Il Likud ha già chiarito la sua strategia: ottenere a tutti i costi i ministeri decisivi di Esteri, Difesa a Istruzione per garantire la stabilità della coalizione. Lo ha detto la deputata Tzipi Hotovely: “Sono certa che sia di reciproco interesse stabilire una coalizione duratura, forte e stabile, e per questo le altre parti devono abbassare le loro richieste”. Smentite, a tal proposito, le voci su un presunto aut-aut di Tekumah, corrente oltranzista di Casa Ebraica, voci che volevano l’ex ministro della Casa Uri Ariel minacciare di portare via i due seggi di Tekumah dalla coalizione di Netanyahu se non fosse stato riconfermato il dicastero al partito dei coloni di Naftali Bennett.

Ora le prossime mosse toccano a Netanyahu, che ha già chiarito la sua linea nei confronti degli Stati Uniti invitando lo speaker repubblicano della Camera dei Rappresentanti John Boehner, accompagnato da un nutrito gruppo di membri del Congresso, il prossimo 31 marzo a Gerusalemme. Il giorno scelto non è casuale: è infatti la deadline per raggiungere un accordo sul nucleare tra le potenze del 5+1 e l’Iran, da firmare prima che il negoziato venga accantonato per sempre a luglio, negoziato osteggiato sia dai Repubblicani che da Netanyahu con colpi sempre più decisivi all’amministrazione americana che vuole a tutti i costi l’intesa.

La Casa Bianca, dal canto suo, non si limita a guardare passivamente le mosse di Tel Aviv: dopo aver minacciato Israele di toglierle il suo sostegno in sede Onu per aver pubblicamente fatto outing sulle sue reali intenzioni verso i palestinesi, screditando l’amministrazione Obama sul negoziato per la soluzione a due stati, ora Washington comincia a metterle in pratica. Come riferisce la Reuters, gli Stati Uniti non prenderanno la parola durante il dibattito annuale sulle violazioni commesse nei territori palestinesi al principale forum sui diritti umani delle Nazioni Unite in programma oggi. Al forum, che conta 47 membri, Washington aveva sempre difeso Israele a spada tratta: l’ultima volta era stato nel marzo 2013. Nena News

 

 

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