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La lotta per la liberazione del popolo palestinese non aiuta a sufficienza il processo di liberazione della donna dal patriarcato, scrive la studiosa Ebru Buyukgul

foto UPI/Ismael Mohamad

foto UPI/Ismael Mohamad

di Ebru Buyukgul*

(traduzione di Romana Rubeo)

Circa due anni fa, pressappoco in questo periodo, Mona Mahajna, trentenne madre di tre figli, fu trovata uccisa nel suo appartamento di Umm al-Fahm. Dopo il divorzio e la conseguente separazione dai suoi bambini, aveva preso la coraggiosa decisione di iniziare una nuova vita. Fatto ammirevole, di per sé; ma in una società patriarcale, in cui le donne divorziate sono spesso disumanizzate e messe in ridicolo, Mona ha pagato la libertà con ciò che aveva di più caro: la vita. Non è certo l’ultima vittima di violenza domestica nei territori occupati palestinesi, ma purtroppo è l’unica di cui ho sentito parlare sulla stampa. Dopo Mona, ci saranno state innumerevoli vittime che non sono salite alla ribalta della cronaca e che sono morte nell’indifferenza generale.

I rapporti e le statistiche pubblicati da diverse organizzazioni palestinesi non sono certo incoraggianti; i dati sulla violenza contro le donne nei territori occupati sono preoccupanti. Secondo il gruppo femminile ‘Women against Violence,’ dal 1991, 162 donne palestinesi sono state uccise da un parente solo all’interno della Linea verde. Uno studio condotto dall’Ufficio centrale di statistica palestinese nel 2012 denuncia che il 37% delle donne sposate nei territori occupati è stato oggetto di forme di violenza domestica da parte dei mariti. E secondo il “The Tower”, rivista che copre le notizie dal Medio Oriente, il numero di “delitti d’onore” è raddoppiato nel 2013, in Cisgiordania e a Gaza. Nelle condizioni attuali, il futuro non sembra affatto roseo per le donne palestinesi, vittime del Sionismo da una parte e di una società patriarcale dall’altra.

LE RAGIONI

Come possiamo studiare e comprendere il fenomeno della violenza sulle donne nel Medio Oriente e in particolare in Palestina?

Nel caso delle donne palestinesi, vi sono due paradigmi imperanti; il primo punta il dito contro una cultura misogina e una società in cui l’“onore” di una famiglia è giudicato in base ai comportamenti delle donne; il secondo, prende di mira la perdita di virilità degli uomini palestinesi imputabile al colonialismo sionista. Le terribili condizioni economiche e i lunghi anni di occupazione avrebbero comportato l’incapacità degli uomini palestinesi di provvedere ai bisogni delle donne e di proteggerle. E sono proprio loro a pagare le conseguenze di tale crisi.

Questa è la posizione condivisa da Navi Pillay, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti Umani, il quale sostiene che “la combinazione di decenni di occupazione israeliana” e “l’uso della forza contro i Palestinesi da parte di Israele espone le donne a un ciclo continuo di violenze in ogni ambito.” In questa tesi è implicito il concetto per cui nessuno, uomo o donna che sia, può essere libero sotto un regime di occupazione.

Sebbene ampiamente condivisi, questi paradigmi risultano fallaci e eccessivamente semplicistici; è piuttosto rischioso, infatti, accusare un’intera cultura per atti di violenza che esistono anche al di fuori della stessa, o formulare l’assioma secondo cui l’unico valore di un uomo risiede nella sua capacità di provvedere ai bisogni della donna e, dunque, giudicare la sua virilità in base a questo. Peraltro, entrambi i paradigmi provano a spiegare la violenza di genere in termini globali e ignorano che le donne vengono uccise proprio in quanto tali , da persone a loro vicine o da membri della loro famiglia. In ultimo, la causa primaria di ogni forma di violenza contro le donne risiede nel patriarcato, di cui la violenza domestica per ragioni “d’onore” non è che uno degli epifenomeni.

IL FALLIMENTO DEI MOVIMENTI FEMMINISTI ARABI E DELLE ISTITUZIONI

Pertanto, i movimenti femministi arabi, in Palestina come altrove, hanno fallito nell’obiettivo di conquistare importanti diritti per le donne palestinesi. Le ragioni sono molteplici: in primis, non ha loro giovato il fatto di allearsi con regimi arabi autocratici per promuovere i diritti delle donne attraverso uno specifico quadro normativo. Questa scelta ha dato connotati elitari e borghesi alla lotta femminista, mentre la maggior parte delle donne arabe, non appartenendo a questa classe sociale, ne è rimasta esclusa. Inoltre, un cambiamento sociale diventa reale e duraturo solo se è realizzato in un contesto di libertà politica e non supplicando regimi dittatoriali e capitalisti.

I diritti delle donne non sono solamente una questione relativa all’uguaglianza di genere: vanno conquistati anche abolendo le innate tendenze egemoniche di potere e controllo. La subordinazione delle donne è esattamente una di queste tendenze; si intreccia e si accavalla con l’oppressione politica e altre forme di sfruttamento fondate sulla religione, la divisioni in classi, la razza ecc. In altri termini, la sfera personale e quella politica, soprattutto nel caso della Palestina, non possono essere viste come entità distinte. Il Sionismo e lo Stato d’Israele, così come tutti i regimi autocratici e misogini, giocano un ruolo attivo nella marginalizzazione e nella subordinazione delle donne, quindi collaborare con loro non può costituire una soluzione.

Aspettarsi che siano la polizia o l’esercito a proteggere le donne dalla violenza è ingenuo, nel migliore dei casi, se non addirittura insensato. Si tratta, infatti, di istituzioni organicamente patriarcali, con struttura militaristica, funzionali allo stato di natura egemonica. È quasi ridicolo, poi, aspettarsi che la polizia israeliana protegga le donne palestinesi dalla violenza. Al contrario, essa contribuisce alla loro sottomissione, negando loro non solo la libertà politica, ma il diritto stesso a esistere, attraverso l’occupazione. La polizia non dà ascolto alle donne palestinesi che hanno il coraggio di denunciare gli abusi, in quanto la violenza domestica è percepita come un tratto peculiare della cultura araba; la non ingerenza viene quindi giustificata con presunte motivazioni inerenti il rispetto per il multiculturalismo e per le questioni di privacy familiare. Questo assunto razzista viene usato da Israele per lavarsi le mani di fronte alla responsabilità di proteggere le donne, nonostante la sua presunzione di essere “l’unica democrazia del Medio Oriente”; peccato che il multiculturalismo e il rispetto per la privacy familiare non valgano quando l’esercito distrugge le case o caccia intere famiglie in Cisgiordania, calpestando la storia, la cultura e la lingua palestinesi.

Se la mancanza di protezione delle donne palestinesi costituisce un fattore preoccupante, ancora più inquietante è il mancato perseguimento di fronte alla legge dei responsabili delle violenze. Nella maggior parte dei casi, gli abusi non vengono neanche denunciati, per mancanza di prove o per il clima di generale disinteresse. Sebbene, a differenza di molti stati arabi, nell’ordinamento israeliano i delitti “d’onore” costituiscano un reato, la polizia, come già detto, non indaga su questi casi e non si impegna a punirne i responsabili.

LA SOLUZIONE

Il problema non sarà risolto finché la società non riconoscerà la natura sistematica dell’oppressione esercitata sulle donne e non smetterà di assimilare la violenza di genere alla violenza in generale. È del tutto insufficiente condannare passivamente i singoli atti di violenza, senza intervenire sulle forme più ovvie ed evidenti di patriarcato. Se non si agisce in tal senso, le donne continueranno a essere abusate e uccise, e i responsabili resteranno impuniti. Molti movimenti islamici mediorientali, ad esempio, condannano a parole la violenza verso le donne, ma al contempo auspicano la loro segregazione negli spazi pubblici e rifiutano la partecipazione mista alle proteste o nella sfera politica in generale. Dissuadono le donne dalla partecipazione attiva alla lotta per la conquista della libertà politica, bollandola come un comportamento estraneo ai canoni dell’Islam, nonostante, nelle comunità islamiche delle origini, la donna musulmana fosse attivamente partecipe. Ancora più subdola è la razionalizzazione, e dunque la giustificazione, della molestia o delle altre forme di violenza sessuale, per cui la donna diventa un mero oggetto; l’onere non ricade più sui colpevoli, bensì sulla donna stessa, che deve prevenire tale comportamento, indossando l’hijab e un vestiario adeguato.

Questo atteggiamento patriarcale non investe solo le sfere più religiose e conservatrici della società mediorientale; anche i gruppi di sinistra, che si richiamano al marxismo, lo incoraggiano, sostenendo che la priorità è la lotta al Sionismo e all’occupazione e che la battaglia per i diritti delle donne costituisce una distrazione dall’obiettivo. Come possono le donne, in Palestina come altrove, essere veramente libere se i movimenti politici scelgono di restare in silenzio e di non denunciare la violenza di genere? Il primo passo per porre fine a questo ciclo di violenza è riconoscere che esista: nascondere una scomoda verità sotto il tappeto non farà in modo che questa scompaia.

In secondo luogo, dovremmo rivedere il lessico egemonico che descrive gli atti di violenza contro le donne come delitti “d’onore”. L’uso di una simile terminologia non fa che giustificare e legittimare la violenza, dando, in questo caso, l’impressione fuorviante che il motivo sia da ricercare nell’onore, e non nella volontà di privare le donne dell’autonomia e del libero arbitrio.

L’autentica emancipazione passa necessariamente dall’aspirazione delle donne a essere veramente libere e a battersi in prima linea per la conquista di questa libertà.

 

*Ebru Buyukgul vive attualmente a Londra, dove lavora presso l’International Institute for Environment and Development. È anche autrice e blogger freelance e si occupa soprattutto di questioni di genere e politica nel Medio Oriente.

 

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