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Solo tre anni fa bulldozer, forze di sicurezza e volontari erano uniti a scavare e tirare su le tende, in quello che chiamavano Olive tree camp. I rifugiati del nord-ovest della Siria si stiparono nel villaggio di Atmeh, sperando in un pasto caldo e in un riparo per la notte. Oggi non arrivano più aiuti umanitari. 

 

testo e foto di Federica Iezzi 

Idlib (Siria), 13 dicembre 2014, Nena News - In mezzo all’incertezza, gli abitanti del campo profughi di Atmeh fanno del loro meglio per ritagliare un po’ di ordine nella loro vita. Fino a un mese fa la regione di Jabal al-Zawiya, nella provincia di Idlib, nel nord-ovest della Siria, era sotto il controllo delle forze di al-Assad. Oggi i combattenti del Fronte al-Nusra hanno occupato una serie di villaggi dell’area, ancora oggetto di attacchi da parte del regime.

Le famiglie siriane vivono sotto teli di plastica bianchi e azzurri. 30.000 persone ormai e 3200 tende. La popolazione del campo diminuisce e aumenta in base a quante bombe cadono sul terreno annientato. Alle tende si sono aggiunti edifici in lamiera. E lungo le stradine fangose del campo, si affacciano piccole botteghe che vendono falafel e coca cola.

Quando l’area attorno a Idlib era controllata dall’Esercito Siriano Libero c’erano posti di blocco ogni chilometro e soldati a presidiare i campi rifugiati. Oggi tutta la zona, fino a Kafranbel, nel sud della provincia di Idlib, è occupata da al-Qaeda e non esiste alcuna protezione.

Si cucina in tutto il campo zuppa di lenticchie. Donne e bambine alle prese con grossi pentoloni rossastri, appoggiati con poca stabilità sopra il fuoco. In mezzo a corde tese tra tenda e tenda, dove sono schierati i vestiti appena lavati, e teli di plastica, le donne iniziano a cuocere il piatto pane arabo, sul retro di grandi vasi rotondi, arroventati dalle fiamme sottostanti.

Nessun segno di assistenza umanitaria internazionale. La spiegazione ufficiale è che Idlib è una zona in mano ai ribelli. I bambini vivono tra scabbia, pidocchi, leishmaniosi e morbillo. Tremano con i sandali aperti nel fango. Adesso è arrivato il freddo. Nelle tende si accendono stufe di fortuna e non sono rari incendi e ustioni. Si affoga nell’acqua delle inondazioni e nelle acque reflue. Gli uomini cercano di scavare fossati attorno alle tende per drenare il terreno intriso. Al mattino si aspetta qualche raggio di sole che faccia asciugare sabbia e terra.

Sul pavimento della tenda di Nuzhah c’è un enorme tappeto, un paio di materassi e bicchieri di vetro. All’entrata un fuoco circondato da grosse pietre bianche, ormai annerite dalla cenere, e un pentolino con l’acqua presa nel fiume vicino. Ci togliamo le scarpe, entriamo nella tenda e beviamo un tè bollente. Mi racconta che sua figlia è nata due anni fa nel campo, in una mattinata fredda. Sconfitta, mi dice che Mayada, come migliaia di altri bimbi, non vedrà mai la sua casa, non ci tornerà più. La sua più grande preoccupazione è come poter sfamare i figli. I suoi figli chiedono sempre più cibo, proprio come i bambini normali, ma mi dice, con quegli occhi azzurri pieni di lacrime che non vogliono scendere, che lei non può offrire loro qualcosa di più. Così mangiano i limoni.

Tawhid, il fratello maggiore di Mayada, non va più a scuola da quando aveva 11 anni, dal giorno in cui le forze governative bombardarono la sua scuola alla periferia di Hama. Ora ha 13 anni e aiuta sua madre. Fa lavori saltuari nel campo. Si occupa di capre e galline. Mi dice che per lui ormai non c’è più speranza, è sufficiente che il suo fratellino più piccolo vada a scuola.

La tenda “madrasa” (scuola) come la chiamano qui è una collezione di sei tende fatiscenti che ospitano 500-600 bambini al giorno. Ogni tenda sembra incollata all’altra, i rumori si fondono insieme in un vociare continuo. Ci sono troppo pochi posti. Cercare fogli per fare i compiti a casa diventa una sfida. Hanno un libro in comune in ogni classe. Gli insegnanti non hanno la capacità di educare gli studenti delle scuole secondarie.

In alcune zone della provincia di Idlib, dove non ci sono campi profughi ufficiali, i rifugiati siriani devono pagare l’affitto per la terra dove le loro tende sono appoggiate. Si tratta di 1.300 dollari all’anno. Come si guadagnano questi soldi? Le donne vanno a raccogliere nei campi olive e verdure. Gli uomini lavorano per due lire e in nero costruendo dove è stato demolito o vendendo sigarette di contrabbando al confine turco. I bambini raccolgono plastica dai rifiuti e la rivendono.

Non ci sono convogli di aiuti delle Nazioni Unite. Né acqua corrente. Niente elettricità, nessun modo per riscaldarsi. Nessun sistema fognario, nessuna tenda medica. Eppure questi campi spesso sono la patria di 13.000 anime. Nena News

 

 

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