Il governo di al-Thinni, sciolto per “illegittimità del voto”, dice di non riconoscere la sentenza. Gli Usa pensano a sanzioni contro le varie fazioni per evitare una guerra araba per procura.
dalla redazione
Roma, 7 novembre 2014, Nena News – Un nuovo terremoto politico scuote le fragilissime basi delle istituzioni libiche, alle prese con una guerra civile che ha portato alla creazione di due parlamenti e due governi. Uno di questi, quello internazionalmente riconosciuto, il parlamento di Tobruk, è stato sciolto ieri dalla Corte Suprema perché “incostituzionale”. La Corte ha dichiarato nulle le elezioni del 25 giugno – sciogliendo in questo modo anche il governo di al-Thinni – e dichiarato il Congresso Nazionale a maggioranza islamista l’unico legittimo.
Le ragioni dietro la decisione della corte nei confronti del parlamento filo-Haftar (l’ex generale che a maggio si è posto a capo di un gruppo di militari e ha lanciato l’Operazione Dignità contro le fazioni islamiste libiche) sta nella sede dell’istituzione: non nella capitale, ma nella città di Tobruk, in cui a agosto il governo di al-Thinni si è ritirato dopo che Tripoli è stata occupata dalle milizie islamiste di Operazione Alba. In secondo luogo, a far storcere il naso alla Corte è stata la richiesta mossa dal parlamento di Tobruk all’Occidente perché intervenga militarmente in Libia, richiesta accolta ufficiosamente dall’Egitto che nelle scorse settimane ha bombardato Bengasi.
Certo è che una simile decisione non aiuterà la ripresa del dialogo tentata dalle Nazioni Unite e mai realmente partita: mentre centinaia di sostenitori islamisti festeggiavano in strada, il parlamento di Tobruk diceva di non voler riconoscere il verdetto dell’Alta Corte (“La sentenza è stata emessa sotto la minaccia delle pistole”, ha commentato il portavoce del parlamento Hashem).
Una decisione che arriva in un momento di grandi tensioni interne e di continua battaglia sul terreno: mercoledì uomini armati hanno occupato uno dei principali giacimenti di petrolio a sud, El Sharara, interrompendone le attività fino a ieri. Nell’area sono in corso da almeno un anno scontri tra tribù rivali che chiedono tutte alle autorità libiche di venire incontro alle diverse richieste politiche ed economiche tribali. Secondo i media locali il gruppo armato sarebbe legato all’alleanza di Misurata, ovvero Alba Libica, i miliziani che controllano Tripoli, ma non si hanno conferme in merito.
A monte della divisione libica, la nascita di milizie armate rivali che hanno imbracciato le armi durante l’operazione della Nato che ha portato alla caduta del colonnello Gheddafi, l’unico che in svariati decenni era riuscito a tenere insieme le diverse anime etniche e politiche del paese. Quelle milizie, che mai hanno voluto abbandonare le armi fornitegli in ingenti quantità dall’Occidente, ora chiedono potere politico e per ottenerlo destabilizzano il paese spartendolo in aree di controllo.
Per questo cerca di muoversi anche il vecchio potere: Ahmed Gheddafi al-Dam, cugino del colonnello, ha detto ieri in un’intervista con il The Times, che figure del regime decaduto stanno lavorando per tornare in Libia e riprendersi il potere. Un piano – aggiunge – che vedrà i suoi frutti in due mesi e che si basa sul dialogo istaurato tra i sostenitori di Gheddafi oggi in esilio e il parlamento di Tobruk.
Non restano neanche a guardare i poteri regionali e internazionali: in Libia sembra essere in atto una guerra per procura, in cui i vari regimi arabi infilano le mani per dettare la propria agenda nella regione. Da una parte la Turchia e il Qatar che sostengono gli islamisti di Operazione Alba; dall’altra l’Egitto e gli Emirati Arabi che appoggiano il parlamento di Tobruk. Si muovono anche gli Stati Uniti che stanno pensando all’imposizione di sanzioni contro le fazioni libiche per costringerle a sedersi al tavolo del negoziato. I funzionari dell’amministrazione di Washington che hanno parlato con la stampa, in anonimato, non hanno specificato quali fazioni sarebbero target delle sanzioni né se queste saranno legate a simili misure delle Nazioni Unite.
Dietro, secondo i funzionari Usa, l’intenzione di Obama di intervenire più velocemente rispetto all’Onu e di evitare un rafforzamento delle posizioni dei paesi arabi coinvolti nel conflitto, che stanno armando e finanziando le due parti allontanando la possibilità di un accordo. In particolare a preoccupare sarebbe proprio la figura di Haftar, formatosi in esilio negli Stati Uniti e considerato un uomo di Washington ma che oggi pare essersi legato a doppio filo al presidente egiziano al-Sisi. Nena News