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Il Consiglio di Cooperazione del Golfo, insoddisfatto per la debole risposta delle Nazioni Unite alla crisi in corso a Sanaa, minacciano di agire per conto proprio. Prevista per mercoledì una riunione della Lega Araba

I membri del Consiglio di Cooperazione del Golfo

I membri del Consiglio di Cooperazione del Golfo

di Giorgia Grifoni

Roma, 16 febbraio 2015, Nena News - Una risoluzione ferma, quella adottata ieri dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu sullo Yemen, ma non abbastanza da accontentare le petromonarchie del Golfo. Queste, per bocca dei loro ministri degli Esteri, avevano pressato ieri il Palazzo di Vetro perché autorizzasse un intervento militare nel paese più povero del Medio Oriente, stretto nella morsa dei ribelli sciiti Houthi che da settembre occupano la capitale Sanaa e dal gennaio scorso si sono impadroniti dei palazzi del potere, mettendo agli arresti domiciliari presidente e premier e proclamando un governo transitorio.

Adottata all’unanimità dai quindici membri del Consiglio di Sicurezza, la risoluzione scritta da Gran Bretagna e Giordania  -e sponsorizzata da altri dieci membri tra cui gli Stati Uniti – chiede ai ribelli sciiti di ritirare “immediatamente e senza condizioni” le proprie truppe dalle istituzioni governative e impegnarsi “in buona fede” nei colloqui condotti dalle Nazioni Unite. Colloqui che, sebbene nel settembre scorso avessero sortito un accordo firmato sia dagli Houthi sia dal governo per una loro più equa partecipazione al potere, come denuncia da mesi il movimento erano rimasti “lettera morta”. 

Il Consiglio di Sicurezza ha chiesto inoltre il rilascio del presidente yemenita Abd Rabbo Mansour Hadi, del primo ministro Khaled Bahah e altri membri del suo gabinetto attualmente agli arresti domiciliari o in altro modo “arbitrariamente” detenuti. “Tutte le parti – si legge nella risoluzione – devono accelerare i negoziati compreso quello mediato dall’ONU e fissare una data per un referendum costituzionale e per le elezioni”. Le parti a cui si riferisce il documento comprendono, oltre ai ribelli, anche la coalizione di maggioranza al governo, un carrozzone di formazioni a trazione sunnita capitanate dal partito islamista al-Islah: queste rifiutano di dialogare con gli Houthi, nonostante da quasi tre settimane i ribelli le invitino a sedersi al tavolo delle trattative.

Se la risoluzione non dovesse essere accettata e implementata dagli Houthi, dal Palazzo di Vetro fanno sapere che potrebbero scattare le sanzioni. Ma questo non basta alle altre nazioni del Golfo (Arabia Saudita, Bahrein, Emirati, Kuwait, Oman e Qatar), che si auguravano che in Consiglio di Sicurezza agisse secondo il capitolo 7 della Carta delle Nazioni Unite autorizzando un intervento armato nel paese vicino contro quella che definiscono “un’illegittima presa del potere” da parte del movimento sciita.

Molti analisti concordano nell’attribuire alla rinnovata influenza e potenza dell’Iran nella regione la straordinaria scalata dei ribelli Houthi che, da piccola guerriglia schiacciata al confine con l’Arabia Saudita e regolarmente repressa da Sanaa – anche con i carri armati e le milizie sunnite estremiste di Riyadh – si è trasformata in un movimento ben strutturato, capace di conquistare rapidamente intere regioni e di guadagnarsi il sostegno della popolazione. La sua marcia su Sanaa del settembre scorso è emblematica a questo proposito.

Preoccupati per l’avanzata dell’asse sciita nello Yemen, gli sceicchi sunniti del Golfo hanno quindi deciso di organizzarsi autonomamente, facendo sapere che se il mondo non riuscisse a rispondere adeguatamente, il Consiglio di Cooperazione del Golfo si preparerà ad agire per mantenere la sicurezza e la stabilità regionale. Pur non specificando quali misure il gruppo potrebbe prendere, è ancora vivo il ricordo dei cingolati di Riyadh che entrano nel vicino Bahrein, sconvolto dalla protesta della sua maggioranza sciita che chiedeva più diritti alla minoranza sunnita al potere, e aprono il fuoco sui manifestanti inermi nell’indifferenza più totale dell’Occidente. Nena News

 

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