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A due mesi dal massacro, centinaia di minatori della cittadina turca hanno protestato vicino al Parlamento per le promesse non mantenute dal governo.

Turchia

di Roberto Prinzi

Roma, 17 luglio, 2014, Nena News - Due mesi fa il loro massacro aveva commosso l’intera Turchia. Una strage, una carneficina inaccettabile quella dei 301 minatori di Soma la maggior parte dei quali morti intossicati dal monossido di carbonio. Tutti, però, morti di lavoro. Una routine nel Paese che “vanta” dal 2011 il primato di vittime in miniera. La reazione delle famiglie e dei cittadini di Soma che si andavano a radunare sul luogo della “tragedia” (così fu definita dalle autorità locali) fu da subito rabbiosa.

A surriscaldare il clima teso ci pensò poi lo scellerato Primo Ministro Erdogan: “sono cose ordinarie – disse il “sultano” appena apprese la notizia – “incidenti del genere sono successi anche in Gran Bretagna nel diciannovesimo secolo”. Ridicolizzata e disperata perché più il tempo passava e più diminuivano le possibilità di riabbracciare i suoi figli, Soma si rivoltò contro i padroni affaristi della Soma Komur, ma soprattutto contro la tracotanza del governo impreparato (e stupito) a gestire la contestazione popolare. Una incapacità resa ancora più evidente dal calcio dell’assistente di Erdogan ad un manifestante steso a terra e dal pugno/schiaffo (le immagini sono poco chiare) inferto proprio dal Premier ad un altro cittadino all’interno di un supermercato.

Tragedie annunciate quelle delle miniere turche a cui non poteva far eccezione quella di Soma. Un rapporto datato 2010 dell’Unione Delle Camere egli Ingegneri e degli Architetti turchi (TMMOB) aveva già chiaramente condannato la privatizzazione delle miniere e le politiche nel settore. “Mancano appropriati sistemi di ventilazione, non vi sono strutture che permettono l’evacuazione del personale, non ci sono sistemi che avvisano se fuoriescono gas tossici e vi sono pochi strumenti che misurano il gas” ammoniva il documento. Tutti lo sapevano eppure niente è stato mai fatto.

Seppelliti i morti, il governo – al centro delle polemiche essendo i vertici della compagnia strettamente legati all’AKP di Erdogan – promise di rivedere la sua politica in campo lavorativo e soprattutto di migliorare le condizioni di sicurezze. Le stesse parole di ogni “tragedia”, le stesse speranze di cambiamento, ma alla fine la consueta indolenza. Dalla celebrità funesta dei primi giorni, la storia dei minatori incominciò a scomparire dai notiziari fino ad essere quasi dimenticata come era già accaduto a chi tragicamente li aveva preceduti.

Fino però all’altro ieri. Stanchi per le promesse mai mantenute, lunedì centinaia di minatori del sindacato Dev-Maden Sen (affiliato al Disk, la Confederazione delle unioni dei lavoratori rivoluzionari) hanno marciato verso il Parlamento ad Ankara. “Non dimentichiamo i nostri 301 fratelli”, “Mantenete le promesse”, “Nazionalizzate le miniere” recitavano gli striscioni. “Questo non è il nostro destino!” ha gridato furioso un minatore. Dopo il minuto di silenzio in ricordo dei loro colleghi morti, ha preso la parola il portavoce del gruppo Nihat Celik: “questo massacro è il risultato delle nostre condizioni di lavoro. Noi abbiamo lavorato come schiavi. La situazione resta immutata nelle miniere dove continua la produzione. Siamo qui per dare seguito alle promesse fatte e pretendiamo che le nostre istanze siano ascoltate”.

Il capo del Disk, Kani Beko, ha chiesto al governo di vietare l’assunzione dei lavoratori  tramite gruppi appaltatori. Secondo gli analisti questo sistema mette in serio pericolo i diritti fondamentali dei lavoratori perché diminuisce la responsabilità legale della società che li esternalizza e influisce negativamente sulle condizioni di sicurezza dei luoghi di lavoro, sui salari, sulle assicurazioni e sui giorni di vacanza. I manifestanti hanno, infine, consegnato a tutti i partiti politici turchi un documento con le loro richieste e hanno invitato il governo a rassegnare le dimissioni.

Più o meno nelle stesse ore in cui i lavoratori protestavano fuori il Parlamento, dentro si litigava. Eppure tutto sembrava filare per il verso giusto. La richiesta di visitare le miniere negli Stati Uniti e in Australia da parte della Commissione parlamentare che sta investigando sui fatti di Soma, infatti, veniva accolta da 16 membri di tutti i partiti politici. Tuttavia questo non ha impedito ad Ozrug Ozel del Partito Popolare Repubblicano (CHP) di andare in escandescenza. Ozel ha definito la visita una “vacanza” che i parlamentari dovrebbero pagarsi di tasca propria. A dargli manforte è stato anche il leader del CHP, Kemal Kilicdaroglu, che ha giudicato troppo costose le spese per il viaggio e ha invitato i membri del suo partito a non partire. “La vacanza non rispecchia la natura della Commissione” ha commentato ironicamente.

Di diritti dei lavoratori ha parlato molto Selahattin Demirtas, il candidato di sinistra del Partito Democratico del Popolo (HDP) alle presidenziali del 10 agosto. Lo sfidante di Erdogan (il favoritissimo) e di Ekmeleddin Ihsanoglu (scelto dal CHP e dai nazionalisti del MHP) ha dichiarato ieri che difenderà i diritti dei lavoratori non approvando nessuna legge che dovesse “andare contro di loro”. “Vogliamo un presidente che metta un veto a qualunque legge parlamentare che non tuteli gli interessi dei lavoratori pubblici, degli agricoltori e dei braccianti. Le persone lavorano come schiavi per 1.200 lire turche in un Paese dove la soglia di povertà per una famiglia composta da quattro membri è di 1.700 lire”. Demirtas ha sottolineato il numero impressionante degli incidenti sul lavoro. Chissà se i minatori di Soma lo stavano ad ascoltare. Nena News

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