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INTERVISTA. Esce in Italia “L’Occupazione israeliana” di Neve Gordon, docente all’università di Bersheeva, atteso oggi a Roma. «I leader europei – spiega – devono dimenticare la soluzione dei ‘Due Stati’ che non si realizzerà mai»Il Muro costruito da Israele in Cisgiordania

Il Muro costruito da Israele in Cisgiordania

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Messa dai media troppo in fretta nel cassetto perchè ritenuta «poco rilevante» rispetto ad altre crisi in Medio oriente, la questione palestinese e l’occupazione israeliana al contrario si confermano ogni giorno la madre dei conflitti nella regione. La nuova Intifada, i morti e i feriti, le demolizioni di case, le vecchie e le nuove politiche dell’occupante ci ricordano ad ogni occasione che il Medio Oriente non troverà mai una sua stabilità sino a quando i palestinesi non saranno liberi nella loro terra. Di questo si parlerà oggi a Roma (Communia, via dello Scalo San Lorenzo 33, ore 18.30) in occasione dell’uscita dell’edizione italiana del libro “L’Occupazione israeliana” (Diabasis, a cura di Enrico Bartolomei e Giulia Daniele), in presenza dell’autore, il docente israeliano Neve Gordon, dell’università di Bersheeva. Si tratta di un contributo di grande importanza per la comprensione dell’occupazione israeliana dei territori palestinesi e di come si è riorganizzata e consolidata dal 1967 ad oggi. Del docente israeliano sarà pubblicato nei prossimi mesi in Italia anche il libro “Il Diritto Umano di dominare”, scritto assieme a Nicola Perugini. Abbiamo intervistato Neve Gordon prima della partenza per l’Italia.

 

Nel libro lei sottolinea i cambiamenti avvenuti in Medio Oriente e i nuovi scenari di crisi. L’occupazione israeliana però è sempre al suo posto.

Vero. I motivi sono almeno tre. Il primo è che la società palestinese, dal 1948 in poi, è andata incontro a ripetute frammentazioni sotto la spinta del progetto coloniale israeliano. Ora abbiamo anche due diverse leadership (Anp in Cisgiordania e Hamas a Gaza, ndr) che non comunicano tra di loro. E quando la situazione è questa diventa arduo mettere in piedi una resistenza (all’occupazione) sostenibile ed efficace. Il secondo motivo è il meccanismo israeliano di controllo dei palestinesi che si è sviluppato e trasformato nel corso degli anni. Israele non è più interessato alla questione palestinese come qualcosa da dover gestire e usa meccanismi di controllo sempre più letali ogni volta che si trova di fronte a qualsiasi manifestazione di resistenza. Il terzo motivo è legato ai cambiamenti avvenuti in Medio Oriente, alla migrazione verso l’Europa dove si diffonde l’islamofobia. Questo gioca a favore di Israele poiché gli Stati Europei e gli Usa guardano a Israele come a una sorta di villa occidentale in una giungla islamica. Israele è visto come un avamposto della civiltà occidentale in Medio Oriente. Ecco perché tanti governi appoggiano il progetto coloniale israeliano.

Dal 1967 a oggi abbiamo visto alternarsi in Israele governi “pacifisti” e nazionalisti, fino alla presa del potere da parte del sionismo religioso. Sinistra o destra, 49 anni dopo i palestinesi non sono liberi e restano sotto occupazione.

Infatti. Occorre guardare soltanto a ciò che fa Israele e non a cosa Israele dice per mascherare l’occupazione e le sue politiche volte a sviluppare l’impresa coloniale. Allo scopo di non lasciare i territori occupati, Israele ha trasferito parte della sua popolazione nelle colonie. Oggi mezzo milione di (coloni) israeliani vivono a Gerusalemme Est e in Cisgiordania. Queste persone non sono soltanto uno strumento per creare fatti sul terreno. Dominano sul 60% della terra palestinese. Svolgono, in concreto, le funzioni di una forza di polizia che, assieme all’esercito, controlla la terra e i palestinesi. Affermano l’esistenza, di fatto, di uno Stato unico (dal Mediterraneo al fiume Giordano, ndr). Quindi invece di parlare di come far avanzare la soluzione dei «Due Stati per i Due Popoli» bisogna riconoscere che c’è uno Stato unico e che è uno Stato dell’Apartheid. La questione oggi non è come creare due Stati ma cosa fare per democratizzare l’unico Stato esistente.

Il leader laburista Yitzhak Herzog il mese scorso ha illustrato un piano per la «separazione» dai palestinesi. Cosa significa.

Herzog propone un piano che neppure la destra aveva mai elaborato in modo così dettagliato. Vuole creare in via ufficiale dei bantustan sul modello sudafricano. I palestinesi amministreranno solo il 7-8 per cento della Palestina storica e in quelle aree gestiranno la raccolta dei rifiuti, il sistema fognario, l’istruzione e poco più. Israele invece continuerà ad avere il potere reale, a controllare gli aspetti di sicurezza e della forza militare. In definitiva (il piano di Herzog) conferma che Israele vuole un sistema di apartheid. Il partito laburista che qualcuno in Europa considera progressista, liberale, pacifista propone i bantustan per i palestinesi. Ecco perchè i leader europei devono dimenticare la soluzione dei «Due Stati» che non si realizzerà mai e

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