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Ha fatto molto discutere la presenza del premier israeliano domenica alla “marcia repubblicana”, soprattutto dopo la rivelazione del fatto che non fosse stato invitato dal presidente francese Hollande. Se, dopo i discorsi pronunciati a Parigi, Netanyahu si è assicurato parte dei voti alle prossime elezioni parlamentari, non è altrettanto sicuro che mantenga le stesse relazioni con la Francia

François Hollande on Paris march

di Giorgia Grifoni

Roma, 13 gennaio 2015, Nena News - Alla fine, il grande vincitore è sempre lui. E pensare che non era neanche stato invitato alla “marcia repubblicana” organizzata a Parigi domenica in solidarietà al Paese colpito la scorsa settimana dal duplice attacco al settimanale satirico Charlie Hébdo e al supermercato kosher di Porte de Vincennes e a sostegno della libertà di espressione. In verità, secondo quanto rivelato da un funzionario israeliano poco dopo la cerimonia di Parigi, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu avrebbe ricevuto dall’Eliseo l’invito a non presentarsi alla manifestazione cui avrebbero partecipato molti leader mondiali. Il motivo? Stando a quel che riportano i media israeliani, il presidente francese François Hollande desiderava che l’attenzione generale non venisse distolta da questioni diverse dalla solidarietà alla Francia, come i rapporti tra ebrei e musulmani o il conflitto israelo-palestinese. Anche il presidente palestinese Mahmoud Abbas era stato invitato a restare a casa. Ma sabato sera, venendo a sapere che il “suo” Ministro degli Esteri Avigdor Liebermann sarebbe volato a Parigi assieme al “suo” Ministro dell’Economia, Netanyahu ha improvvisamente deciso di partecipare alla marcia di domenica, irritando Hollande e costringendolo a invitare anche Abbas. Come mai?

Una delle preoccupazioni dell’Eliseo, secondo quanto rivelato dallo stesso funzionario israeliano, era che Netanyahu approfittasse delle manifestazioni francesi per fare un po’ di campagna elettorale in vista delle elezioni anticipate del 17 marzo, elezioni a cui il suo partito, il Likud, correrà libero dal peso degli ultranazionalisti di Yisrael Beitenu – con il cui leader, Avigdor Liebermann, è in rotta da tempo – e dei coloni di estrema destra di Focolare Ebraico, capitanato da Naftali Bennett, famoso, tra le altre cose, per essersi vantato di aver ucciso “molti arabi”. Il campo parigino appariva poi libero dal centro-sinistra israeliano, i cui leader Isaac Herzog e Tzipi Livni avevano deciso di non partecipare alla manifestazione francese per non apparire a caccia di voti, come riferisce una fonte del partito laburista israeliano al quotidiano Haaretz, e giocare la carta della sobrietà per guadagnare più punti alle prossime elezioni. Che il calcolo politico del centro-sinistra sia una questione di immagine o, come fa notare Anshel Pfeffer su Haaretz, una questione di numeri – la comunità ebraica francese non farà parte dell’elettorato del 17 marzo – il risultato sarà sempre lo stesso: Netanyahu è andato a Parigi essenzialmente per dimostrare ancora una volta di essere “la guida e il difensore del popolo ebraico” e, quindi, per raggranellare voti a casa.

La preoccupazione di Hollande non era infondata: due giorni dopo l’assalto al settimanale satirico Charlie Hébdo, che aveva provocato dodici vittime, una coppia di estremisti islamici aveva fatto irruzione in un supermercato kosher di Parigi e uccidendo quattro persone, tutte di fede ebraica. Subito Netanyahu aveva invitato la comunità ebraica francese a impacchettare le proprie cose e trasferirsi in Israele dove, stando alle sue parole, sarebbero stati “al sicuro dal terrorismo islamico”. Come si sono chiesti alcuni quotidiani israeliani critici del governo, è strano che il leader di uno stato mediorientale perennemente in guerra con i suoi vicini chieda a dei cittadini di una nazione europea – generalmente più protetti dall’estremismo islamico a casa propria, come ricorda un articolo apparso su +972mag – di emigrare. A meno che non si abbia bisogno di numeri per contrastare un tasso di emigrazione che, negli ultimi anni, ha superato quello di immigrazione nel paese. O per riconquistare chi, stanco che le sue tasse vadano a finanziare azioni militari invece che servizi o non abbastanza spaventato dall’avanzata dell’estremismo islamico a pochi chilometri dal confine, aveva scelto di non votare più Likud.

Netanyahu sembra quindi uscire vincente anche da questa esperienza. Poco importano le solite gaffes, come lo sgomitare dalla terza fila della manifestazione aiutato dalle sue guardie del corpo per inserirsi nella prima, a braccetto con il presidente Keita del Mali e a tre leader di distanza da Mahmoud Abbas. Poco importa pure che, all’invito alla comunità ebraica francese a emigrare in Israele, la sinagoga di Parigi gli abbia risposto intonando la Marsigliese proprio mentre stava parlando. Quello che dovrebbe turbare il sonno di Netanyahu è invece l’aver irritato le autorità francesi, mettendole in imbarazzo prima – con l’autoinvito – e dopo la manifestazione, quando, all’ennesimo proclama agli ebrei francesi di emigrare per motivi di sicurezza, il primo ministro francese Manuel Valls è stato costretto a rassicurare la nazione sulle misure straordinarie prese dopo gli attentati. Quanto a Hollande, ha lasciato la sinagoga mentre Netanyahu faceva il suo discorso. E, come rivela Le Canard Enchainé, si è lamentato con i suoi collaboratori della “campagna elettorale” intrapresa da Netanyahu, che si è limitato nei toni mentre commemorava le vittime ebraiche francesi solo perché lui era presente. Dall’Eliseo, come riferisce Haaretz, avevano avvertito l’ufficio di Netanyahu che il suo arrivo a Parigi senza invito avrebbe potuto influenzare le relazioni tra i due paesi fino a quando Netanyahu e Hollande fossero stati al potere: resta da capire se e come l’avvertimento verrà messo in pratica. Nena News

 

 

 

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