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Uğur Bilkay ha rifiutato sia il percorso armato del PKK che l’inquadramento nell’esercito scappando dalla Turchia.  Ed è diventato il primo cittadino turco a ottenere lo status di rifugiato politico in Europa per la sua obiezione di coscienza

Uğur Bilkay (Fonte: babelMed)

Uğur Bilkay (Fonte: babelMed)

di Murat Cinar – babelMed magazine

Roma, 1 maggio 2015, Nena News - Questa è la storia di un giovane curdo che ha ascoltato la voce della propria coscienza ed ha rifiutato la divisa da soldato per costruirsi una vita fondata su pace ed uguaglianza. Uğur Bilkay nasce nel 1992 nel villaggio di Taslicay, che fa parte del distretto di Karliova che, a sua volta, appartiene alla città di Bingol. Si trova nella profonda Anatolia e fa ufficialmente parte della Repubblica di Turchia. Uğur chiama questo territorio col suo nome storico e politico, Kurdistan. Si tratta di una zona che è, tuttora, materia di discussioni, scontri e conti in sospeso. Infatti Uğur cresce in pieno conflitto tra i militanti del PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan) e i soldati dell’esercito turco.

“Il nostro villaggio era una terra di due fuochi, ogni giorno assistevamo agli scontri: da una parte la lotta armata del PKK, dall’altra il presidio permanente dell’esercito. Persecuzioni, esecuzioni, dimostrazioni di forza in pubblico”. Uğur racconta che attraverso una serie di politiche istituzionali e non, le persone che vivono nel suo villaggio sono state trascinate in una situazione di paura e terrore. Uğur parla a sangue freddo dei momenti di tortura e umiliazione a cui ha spesso assistito sin da quando era piccolo.

L’INFANZIA

Infatti tutto inizia durante la sua infanzia. “Prima di entrare a scuola dovevamo leggere collettivamente il “Giuramento della gioventù turca al fondatore della Repubblica” davanti alla sua statua. Durante le ore di musica ci insegnavano gli inni patriottici e durante le ore di disegno ci raccontavano quante persone avevano dovuto versare il sangue per costruire il Paese e ci chiedevano di disegnare la bandiera della Turchia, sottolineando che il rosso rappresentava proprio quel sangue versato per l’indipendenza”. È così, mentre fuori, ogni giorno, Uğur assiste a diversi tipi di crudeltà e violenza, a scuola gli si chiede di dimenticare la sua identità curda e, in un certo senso, di diventare turco.

Sempre nel periodo scolastico, durante gli anni del liceo Uğur inizia per la prima volta a esprimere i propri ideali antimilitaristi. Fa le sue prime rimostranze durante la lezione obbligatoria di Sicurezza Nazionale e durante gli incontri di “dialogo” tra gli studenti e la polizia. A causa della sua obiezione all’educazione militarista riceve anche dei provvedimenti penali a scuola.“Dentro di me cresceva un grande bisogno di rendermi utile per risolvere le ingiustizie sociali che mi circondavano. Il mio grande desiderio era quello di diventare un giorno giornalista. Spiegare al mio popolo che la salvezza non sta nel dividersi oppure nel sottomettersi al terrore, ma nel rinunciare alle armi, a qualunque fazione appartengano e parlare, conoscersi e provare a capirsi a vicenda”. La mamma di Uğur ha un ruolo fondamentale durante l’infanzia del ragazzo: lei ha sempre desiderato che i suoi figli non dovessero intraprendere alcun tipo di percorso che comprendesse la violenza e si concentrassero, invece, sugli studi. Il primo simbolico passo di Uğur verso il giornalismo è stimolato da un regalo della mamma, un dizionario in lingua inglese. “Ho sempre rifiutato la violenza da qualunque parte provenisse, sia il percorso armato del PKK che quello dell’esercito non erano fatti per me. In questa mia presa di coscienza è stata importante anche l’influenza di mio zio, un insegnante”.

L’IMPOSSIBILE OPZIONE MILITARE

Le idee antimilitariste di Uğur prendono gradualmente una forma più definita col passare degli anni. Soprattutto le esperienze terribili raccontate da parte dei suoi amici che hanno accettato di fare il servizio militare gli fanno pensare che l’obbligo di leva non sia fatto per lui. Nel 2008 va a trovare suo fratello in Inghilterra per fare un corso di lingua inglese e, al ritorno a Karliova, lo attende l’inizio di un percorso molto lungo.“Dal momento che, ormai sapevo parlare in Inglese, lavoravo come traduttore quando giungevano delegazioni dall’estero durante i festeggiamenti del Nevruz. Ho conosciuto diverse persone provenienti dall’Italia fino alla Corea del Sud. Ho aiutato anche una studentessa ad intervistare delle persone per la sua tesi”. Arricchendo la sua visione della vita Uğur inizia a informarsi della storia antimilitarista in Turchia e, con l’avvicinamento dell’età prevista per fare il servizio militare, conosce il concetto dell’obiezione di coscienza. Così al termine del 2011 decide di andare ad Istanbul, comprendendo che, ormai, per lui, un futuro nella Turchia militarista non era possibile.

Lo scopo di Uğur, con l’arrivo nella vecchia Costantinopoli, era quello di conoscere di persona gli obiettori di coscienza, visitare le sedi delle associazioni per i diritti umani e di quelle che lottano contro ogni tipo di guerra. Già quando era a Karliova aveva contattato l’Associazione per i Diritti Umani (IHD) per avere informazioni e, una volta incontrati personalmente i membri,  aveva dichiarato loro la sua obiezione di coscienza, non prima però di aver scritto una lettera al Ministero di Difesa Nazionale ed all’Ufficio per il Servizio Militare di Karliova per chiedere se fosse possibile non fare il servizio militare, ricevendo in risposta un secco rifiuto, chiosato con le parole: “Ogni cittadino turco nasce come un soldato”.

LA FUGA

“Anche se avevo una paura tremenda di tutto quello che mi sarebbe potuto capitare ho dichiarato la mia obiezione di coscienza. Ogni giorno conoscevo di persona la storia degli obiettori; vite spese tra le caserme, i tribunali ed i carceri. Temevo di non poter realizzare i miei sogni rimanendo intrappolato in questo circolo vizioso. Per cui dopo la mia dichiarazione ho deciso di lasciare la Turchia”. Dopo 6 mesi di permanenza ad Istanbul nel maggio del 2011, Uğur lascia la Turchia pagando circa sette mila euro a un trafficante per un viaggio con destinazione l’Inghilterra.“Un lungo, pericoloso ed emozionante viaggio”. Così Uğur definisce questo suo percorso, che parte dalla Turchia, passa per il Kosovo, la Serbia, l’Ungheria, l’Austria e finisce in Germania. La prima cosa che colpisce Uğur è come siano organizzati, a livello internazionale, i trafficanti. In ogni tappa trova dei collaboratori che sono albergatori, tassisti oppure poliziotti. alcuni anche alcuni militari. Nel suo viaggio incontra persone provenienti da diverse parti del mondo in fuga dalle guerre. Così, ancora una volta, Uğur trova conferma della propria decisione e degli ideali antimilitaristi. Mentre prova ad entrare in Germania viene però intercettato dalla polizia e rispedito in Austria dopo 3 giorni di detenzione.

Uğur resta solo 15 giorni in Austria da dove, procurandosi documenti falsi, entra in Germania e prova a partire per l’Inghilterra. Nuovamente fermato all’aeroporto, viene condotto in carcere, colpevole di immigrazione illegale. “Durante un mese di detenzione in carcere non si sono assolutamente interessati della mia richiesta di rifugio. Il giudice che ha curato il mio caso parlava soltanto del reato di immigrazione illegale”. Uğur viene portato al Consolato della Repubblica di Turchia a Colonia per essere identificato e rispedito in Turchia. Tuttavia il giovane curdo dichiara la propria obiezione di coscienza anche qui e dice di non riconoscere le leggi di uno stato militarista. Per questo viene ricondotto in prigione in attesa dell’esito della sua pratica che, ormai, era riconducibile alla legge europea di Dublino che determina lo Stato membro dell’UE competente a esaminare una domanda di asilo. “In quel periodo di attesa ho conosciuto lo sfruttamento carcerario: lavoravo per la costruzione delle caselle postali di legno per 1€ all’ora. Sul sito dell’azienda, quegli stessi prodotti venivano venduti non a meno di 50€”.

Dopo un mese, le autorità austriache accolgono la domanda di Uğur e, così decide di restare in Austria e si prepara per il giorno dell’interrogatorio. Tuttavia anche qui trova una totale indifferenza verso il suo parere politico e la sua volontà di chiedere rifugio. “Prima i traduttori, poi i poliziotti che lavoravano nel centro di accoglienza provavano a convincermi a tornare in Turchia. Addirittura alcuni membri di un’associazione che lotta per i diritti umani cercava di fare la stessa cosa”. In 11 mesi Uğur cambia due centri di accoglienza e, nel mentre, corrisponde con diverse associazioni degli obiettori di coscienza in Austria, Svizzera e Germania, scrive alla Commissione per i Diritti Umani delle Nazioni Unite e della Commissione Europea. Grazie a questo carteggio trova solidarietà e un forte sostengo alla causa. Tuttavia, la commissione per la richiesta di asilo politico in Austria decide che il servizio militare è un obbligo di cittadinanza in Turchia e va eseguito. Così, oltre a respingere la sua richiesta di rifugio, il giudice firma il decreto di espulsione: Uğur deve abbandonare il territorio austriaco entro 15 giorni. A questo punto egli decide di raggiungere Salisburgo e chiedere asilo politico alla commissione territoriale di questa città. Questa ultima tappa diventa il momento che allontana Uğur dall’Austria definitivamente.

“Mi hanno portato subito in carcere, sempre per il reato di immigrazione illegale. A loro non interessava la mia richiesta di rifugio. Così ho deciso di fare lo sciopero della fame per quasi 20 giorni. Sin dall’inizio dello sciopero la reazione della polizia è stata dura. Mi hanno messo in mutande in una stanza buia con un materasso per terra, un cesso alla turca ed un tasto per chiedere dell’acqua. Venivo sorvegliato con una telecamera 24 ore su 24. Dopo cinque giorni di isolamento mi hanno messo in una cella normale, impedendomi però di condividere lo stesso corridoio con gli altri detenuti”. Uğur avrebbe potuto incontrare soltanto, se avesse voluto, i missionari di un’associazione religiosa. Attraverso il loro telefono è riuscito a raggiungere Amnesty International e le associazioni per i diritti umani che aveva contattato precedentemente. Dopo 45 giorni la commissione territoriale respinge la domanda di rifugio ma decide di non eseguire l’espulsione. In pochi giorni, Uğur contatta alcuni suoi conoscenti in Italia e prende il treno con destinazione Perugia.

Viene fermato a Udine, ma quando Uğur spiega ai poliziotti di voler chiedere rifugio in Italia, questi, in inglese, gli fanno capire che avrebbero fatto finta di aver identificato un cittadino inglese e l’avrebbero lasciato libero. Così continua con il suo viaggio sino a Perugia, dove dormirà da alcuni amici curdi siriani che aveva conosciuto in Austria e da dove partirà per Roma, per raggiungere l’Associazione Senza Confini, che lotta per i diritti dei rifugiati. Sono le persone che Uğur aveva conosciuto 3 anni prima a Karliova. Dopo aver formulato la sua richiesta, la commissione territoriale lo manda in un centro di accoglienza a Bari e per 6 mesi, in attesa del parere delle autorità austriache, per capire se lo volessero indietro o meno. La risposta è negativa e permette ad Uğur, così, di trovarsi, pochi giorni dopo, dinanzi al Prefetto nella commissione territoriale di Bari per un interrogatorio di 4 ore e mezza. Dopo pochi giorni a Uğur viene riconosciuta la protezione internazionale.

LA PROTEZIONE INTERNAZIONALE

“Da una parte ero felice perché avevo ottenuto il risultato che perseguivo, con la mia lotta, un punto a favore per la causa in cui credevo. Dall’altra parte, però, ero triste perché questo significava almeno 7 anni di lontananza dalla mia famiglia”. Così Uğur diventa il primo cittadino turco a ottenere lo status di rifugiato politico in Europa per la sua obiezione di coscienza. Immediatamente riceve messaggi di solidarietà da tutte le associazioni che aveva contattato durante il suo arduo viaggio, tra cui anche la Commissione per i Diritti Umani delle Nazioni Unite. In Turchia, uno dei quotidiani nazionali parla di Uğur in prima pagina. Diversi siti antimilitaristi e contro la guerra parlano della lotta e del successo di questo giovane e del fatto che sia ormai un caso esemplare anche per i futuri richiedenti.

“La prima cosa che volevo fare era quella di tornare in Austria e far capire alle autorità locali che riconoscere il rifugio di una persona che si rifiuta di portare le armi ed indossare la divisa da soldato è un dovere, come scritto in diverse dichiarazioni internazionali ed europee”. Ma Uğur non torna in Austria: è molto stanco, soprattutto psicologicamente. Alcuni operatori a Bari lo convincono a fare la richiesta di inserimento in un progetto Sprar. In poco tempo gli dicono che dovrebbe spostarsi a Torino.Qui, attraverso l’assistenza dell’Ufficio Stranieri di Torino, viene sistemato in una casa con altre otto persone. Inizia ad intraprendere il suo primo percorso d’istruzione ottenendo la licenza media. Dopo i primi quattro mesi, accanto alla casa in cui abita trova una borsa lavoro in un bar, un’esperienza che l’ha portato a conoscere nuove persone e nuove cose.“I miei datori di lavoro ed il progetto Sprar mi hanno permesso di scrivere una nuova pagina nella mia vita. Tutto si è trasformato dal negativo al positivo. Dove ho attivato la borsa lavoro sono stato poi assunto. La famiglia che gestisce il bar mi ha accolto molto bene. Mi ha insegnato varie cose che riguardano il lavoro ma anche il comportamento. È stato come sentirsi di far parte di una nuova famiglia”. Uğur, dopo la conclusione del progetto Sprar, riesce a prendere in affitto una casa con una serie di agevolazioni grazie al servizio offerto dal Comune di Torino, Locare.

Non abbandona la propria posizione antimilitarista; organizza un dibattito pubblico presso il Centro Studi Sereno Regis di Torino e partecipa ad una serie di attività sulla situazione degli obiettori di coscienza in Turchia e dei rifugiati nel mondo. Uğur segue da vicino anche le manifestazioni politiche solidali col Kurdistan e quelle antirazziste. Si trova molto bene a Torino anche da questo punto di vista: “Torino è la città in cui vorrei vivere, per il momento, anche se in futuro vorrei girare il mondo e conoscere più persone, culture e storie possibili. La mia esperienza da rifugiato mi ha fatto capire che il mondo è ricco di colori e sfumature e più ci conosciamo più evitiamo i pregiudizi”.Torino ha portato due altre novità nella vita di Uğur, prima di tutto il suo nuovo percorso accademico, studente del corso di Laurea in Antropologia Interculturale, il campo in cui vorrebbe lavorare sempre di più in futuro. La seconda, è la forte passione per le due ruote, quelle della bicicletta. Durante i fine settimana, in particolare quando il tempo è bello, prende la sua bici, indossa il caschetto e, con uno zainetto sulle spalle, viaggia nella profonda provincia torinese, percorrendo chilometri e chilometri.

Il sogno più grande di Uğur, una volta acquisita la cittadinanza, è quello di prendere la sua bici e girare per le montagne di Kurdistan, quelle stesse “montagne che il nostro popolo ha dovuto abbandonare a causa delle guerre. Così vorrei dimostrare che quando le armi cessano il fuoco nasce la libertà”. Con la sua forza e il suo carattere è indubbio che riuscirà a realizzare questo suo bellissimo sogno. Nena News

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