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Parte del villaggio di Gerusalemme, depopolato nel febbraio 1948, esiste ancora, memoria della storia palestinese. Le poche case rimaste in piedi, però, potrebbero oggi essere demolite per far posto ad un lussuoso quartiere residenziale.

 

Testo di Silvia Parnas – Fotografie di Raffaele Angius

Lifta (Gerusalemme), 16 aprile 2015, Nena News – “Qui, a Lifta, non mancava niente: l’acqua scendeva dalle colline e veniva raccolta nella piazza principale del paese, la valle e i suoi terrazzamenti erano coltivati con alberi da frutto, sopratutto mandorlo, oliva e viti, e i giardini ricolmi di piante medicinali e aromatiche – inizia a raccontare Yacoub Odeh – ma io ricordo quando arrivarono i coloni con il loro bulldozer e distrussero i giardini. Delle 550 case del paese, ne sono rimaste una cinquantina, nella parte bassa. La parte alta invece è stata distrutta per costruire l’autostrada Gerusalemme-Tel Aviv. È rimasta solo una casetta, dal tetto rosso, era la mia scuola”.

Yacoub Odeh ricorda ogni particolare del suo paese natale e può considerarsi a buon diritto uno tra gli anziani esponenti della storia orale palestinese. Nato nel 1940 a Lifta, è uno dei 2500 abitanti costretti a fuggire nel 1948, quando le milizie israeliane dell’unità Haganah entrarono nel paese, pochi mesi prima del noto massacro del vicino villaggio di Deir Yassin. Oggi Odeh, quando non lavora presso il Land and Housing Research Center a Gerusalemme, organizza visite storico-turistiche degli antichi villaggi palestinesi rimossi in quella che lo storico israeliano Ilan Pappè definisce pulizia etnica del ’48, data che indica l’esodo palestinese, “Nakba” (in arabo “catastrofe”).

Costruita con le inconfondibili pietre bianche di Gerusalemme in un area di 12.000 dunam (più o meno 1200 ettari), di cui un terzo coltivata con oltre 1500 alberi d’olivo, Lifta rappresentava una delle comunità più grandi e importanti della Palestina storica, con una florida economia agricola diretta al ricco mercato di Gerusalemme, a pochi minuti dal villaggio. Oggi Lifta, situata nella vallata a nord-ovest della Città Santa e circondata da un lato dall’autostrada Tel Aviv-Gerusalemme e dall’altro dalla Begin Road, è il simbolo della catastrofe palestinese e raccontare la sua storia vuol dire ripercorrere la storia della Nakba. Per la sua posizione strategica alle porte occidentali di Gerusalemme, fu invasa dalle milizie israeliane ed evacuata dai suoi abitanti nell’aprile del 1948, ma a differenza dei 536 villaggi (60 solo intorno Gerusalemme) che subirono la medesima sorte di distruzione e pulizia etnica, Lifta rimase intatta, costituendo un importante simbolo della memoria e del patrimonio storico-artistico dei palestinesi.

Il tour comincia e dalla strada asfaltata che costeggia Gerusalemme scendiamo per uno sterrato scosceso, in arabo chiamato ‘Al Oqbah’, ostacolo, per visitare l’interno del villaggio. Odeh ci mostra il cartello,  in ebraico e in inglese, che indica Lifta come riserva naturale protetta, ma con la dizione ebraica di “El Neftoah”, tentativo delle autorità israeliane di legare il paese al suo supposto passato biblico: “Cercano sempre di rimuovere la nostra storia e i nostri ricordi, cambiando i nomi dei villaggi. In più, nonostante il paese sia stato dichiarato riserva naturale nel 1959, nel 2004 un progetto di Sharon ha previsto la costruzione di 245 lussuose ville al posto delle nostre case. L’intero villaggio sarebbe demolito. La Nakba e ancora in atto, non solo ci negano il diritto al ritorno, ma anche il diritto al ricordo”.

Il piano per la gentifricazione del sito, come quartiere di lusso con alberghi e centri commerciali ha tuttavia trovato l’opposizione degli abitanti di Lifta, ormai la terza generazioni di profughi, che ha costituito la Lifta Society con lo scopo di preservare l’identità e la memoria del paese. Dopo una battaglia legale condotta dall’associazione che, mancando ogni perizia e ispezione del caso, lamentava la violazione dello stesso diritto israeliano di preservazione dei siti storici, il 2 febbraio 2012 la Corte distrettuale di Gerusalemme ha definitivamente cancellato il progetto. “Eppure fino allo scorso novembre, ci sono stati nuovi controlli e ispezioni sul terreno e sulle abitazioni da parte della Israelian Land Autority (ILA) – continua Odeh – Il che dimostra la volontà delle autorità israeliane di portare avanti il progetto. La nostra speranza è che Lifta venga dichiarata patrimonio storico internazionale da parte dell’Unesco. Solo così potremmo essere sicuri che le nostre case non potranno essere demolite e le terre confiscate”.

Ci dirigiamo verso il centro della vita sociale del paese, la piazza principale o Saha. Nella piazza, racconta Odeh, gli anziani si tramandavano le storie e gli aneddoti, si ballava la dabke (la danza tradizionale palestinese) e si discutevano le questioni riguardanti la collettività. Gradinate di pietra circondano ancora oggi due ampie pozze in granito, anticamente destinate l’una alle famiglie e l’altra agli animali e agli usi domestici, ora utilizzate talvolta come piscine naturali per il rinfresco estivo degli ultra-ortodossi gerusalemiti. Odeh descrive la vita a Lifta come un “comunismo di natura” e come “Jennah”, un paradiso: l’acqua era divisa equamente per ogni famiglia in virtù del numero dei suoi componenti e della grandezza degli appezzamenti; il pane veniva cotto dalle donne nel tipico taboun e la raccolta della frutta e delle olive era un rito sacro e comunitario che coinvolgeva i più grandi e i più piccoli, l’intera comunità. Ricorda nomi e cognomi di ogni famiglia, dei proprietari di ogni casa.

Eppure, evocando di fronte alla sua casa i ricordi di un infanzia felice, gli trema un po’ la voce: la sua casa, come tutte le altre del paese, appare diroccata, distrutta dalle bombe e dall’incuria, i muri ricoperti di graffiti e insulti razzisti, i tetti danneggiati con gravi buchi: “I coloni israeliani lo fanno per impedirci di tornare. Queste case durerebbero secoli, sono fatte di roccia e resistenti, ma facendo questi buchi, crollano velocemente e sono maggiormente sottoposte ai danni provocati dalle piogge e dal tempo. Non possiamo tornare, ristrutturare o ricostruire. Ma non è una questione di diritti, è solo la legge del più forte”, ci dice, mostrandoci documenti di proprietà di alcune abitazioni, alcuni datati al tempo dell’Impero Ottomano.

Eppure la bellezza architettonica di Lifta, eredità dell’antica prosperità e importanza strategica del luogo, rimane palpabile. Le case, dai tipici tetti a cupola, sono costruite utilizzando la roccia calcarea della zona. Pare che gli abitanti del paese non utilizzassero il cemento come collante tra le pietre, tradizionale tecnica di edificazione delle abitazioni, ma che direttamente i muratori liftawi cesellassero con precisione i pesanti blocchi di pietra calcarea per costruire archi, angoli quadrati, gradini e nicchie. Odeh ci illustra le peculiarità tecnico-edilizie delle costruzioni di Lifta nella moschea, le cui finestre, rettangoli perfettamente squadrati sormontati da fini archi granitici, aprono direttamente sulla vallata, proprio di fronte alla collina in cui probabilmente verrà presto costruita una nuova sede governativa israeliana.

Solo quando arriviamo alla casa del Mukhtar, in arabo “capo”, tre piani di abitazione semi distrutti, Odeh ripercorre con gli occhi di un bambino di soli otto anni gli avvenimenti che portarono alla Nakba: “Gli immigrati ebrei iniziarono ad arrivare, tanti tantissimi, nel 1929, nel ‘33, ‘39, ‘46, fino al ‘48. Si diceva che la strada da Jaffa a Gerusalemme dovesse essere ripulita dai villaggi arabi. Il 28 dicembre del ‘47 la Banda Stern (organizzazione militare sionista, responsabile di numerosi massacri, ndr) attaccò il cafè del villaggio, uccidendo sei persone e ferendone altre sette. L’11 gennaio la casa del Mukhtar venne incendiata, distrutta, e saccheggiata. Era un simbolo, se neanche il Mukhtar poteva proteggerci, chi avrebbe potuto?”.

“Gli inglesi se n’erano andati lasciandogli le armi. Ricordo gli spari. Mia madre spinse me e le mie due sorelle in un angolo della camera, sotto il tavolo, lei davanti per proteggerci. Ricordo aver visto dalla finestra le famiglie fuggire via, terrorizzate, ma non c’era luogo in cui andare, la strada era controllata e l’esercito sparava a vista. Ricordo che scappammo, mio padre teneva i miei fratelli in braccio e me per mano. Scendemmo la vallata e risalimmo per Jaffa Road. Riuscimmo a salire in un convoglio per Ramallah, pensando di tornare dopo qualche giorno. Mio padre tornò dopo due mesi per raggiungere la resistenza, morì poco dopo. Noi non siamo più tornati. Mia madre ha conservato le chiavi fino al 1969. Ma siamo rifugiati”, dice, la voce incrinata dall’emozione.

Di lì a poco Lifta fu, ad eccezione delle cinquanta case che rimangono ancora oggi,  completamente spopolata e distrutta. Le autorità israeliane, in base alla Absentee Law del 1950 e a dispetto della Quarta Convenzione di Ginevra che assicura il diritto dei profughi al ritorno, confiscarono le abitazioni, ormai vuote. Alcuni degli abitanti, come Odeh, si installarono al di là della collina, oggi Gerusamme Ovest, altri in Cisgiordania, perdendo così il diritto di tornare nel loro villaggio. Di questo, rimase uno sparuto gruppo di case desolate tra le due principali strade che portano a Gerusalemme. Nel 1984 un organizzazione terroristica israeliana chiamata “Movimento clandestino ebraico” o “Lifta Group” usò il villaggio come base per preparare la distruzione della moschea Al Aqsa, e negli anni a seguire il villaggio abbandonato divenne albergo confuso di hippy, senza dimora e tossicodipendenti.

“Vivere da rifugiati non è cosi semplice come ammettere di essere rifugiati. Un momento prima avevamo tutto, eravamo felici, un momento dopo eravamo solo dei mendicanti – continua Odeh – Golda Meir ha detto che semplicemente ‘i vecchi moriranno e i giovani dimenticheranno’. Io non ho mai dimenticato. Ho perso la mia vita, da tutti i punti di vista, sociale economico, educativo, politico. I miei ricordi di bambino hanno determinato il mio futuro. Ricordo i giorni felici e poi il buio. Come si può dimenticare il proprio diritto alla libertà?”.

La storia di Lifta fa parte della storia dei 536 villaggi palestinesi che subirono la pulizia etnica del 1948, conformemente a quanto disposto dal Piano Dallet, secondo cui la migliore strategia per realizzare il progetto di colonizzazione sionista consisteva nella distruzione di villaggi indigeni palestinesi, in modo da costringere gli abitanti delle zone limitrofe a fuggire per timore della stessa buia sorte, come letteralmente accadde nel massacro del vicino paese di Deir Yassin, nell’aprile del ’48. Il caso di Lifta tuttavia costituisce nel panorama della Nakba palestinese un unicum per una serie di motivi. In primo luogo, il suo spopolamento fu quasi interamente completato nel febbraio 1948, almeno tre mesi prima della formale dichiarazione di guerra e della proclamazione dello Stato d’Israele. Inoltre, a differenza di molti altri villaggi palestinesi, completamente rasi al suolo, le sue costruzioni sono rimaste, costituendo un’importante testimonianza dell’esistenza di un prospero villaggio palestinese in un’area, quella di Gerusalemme Ovest, in cui risiedono solo ebrei israeliani.

Nonostante la Convenzione di Ginevra e le molteplici risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite riconoscano il diritto al ritorno, Odeh, gli abitanti di Lifta e gli odierni 5 milioni di rifugiati palestinesi sparsi nel mondo, figli di quei 750.000 scappati nel ’48, ancora aspettano di vedersi riconosciuto il diritto al ritorno nell’unico posto che riconoscono come “casa”. Nena News

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