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Attentati e scontri scuotono la stabilità dell’Egitto. La repressione del governo non sarà la soluzione ma porterà solo a nuova recrudescenza delle violenze.

Foto: Reuters

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di Francesca La Bella

Roma, 2 luglio 2015, Nena NewsL’Egitto è nel caos. Lunedì è morto, a seguito di un grave attentato ai suoi danni il procuratore generale Hisham Barakat e ieri un attacco di ampia scala di jihadisti affiliati al gruppo Wilayat Sinai (Stato o provincia del Sinai) ha causato decine di morti nella penisola a nord ovest del Paese. Le informazioni su quest’ultimo evento sono, però, ancora parziali e frammentarie: la frontiera tra Israele ed Egitto sarebbe stata chiusa, i combattimenti sarebbero ancora in corso ed in serata lo Stato Maggiore egiziano minimizzando l’accaduto ha dichiarato che nell’attacco sarebbero caduti 17 militari ed un centinaio di jihadisti. Nelle ore precedenti a quest’ultimo comunicato, invece, era stato reso noto che nei sobborghi del Cairo avrebbero perso la vita 13 presunti militanti islamici durante un’operazione di polizia in apparenza finalizzata all’arresto degli autori dell’attentato di lunedì. Secondo alcune fonti, tra le vittime ci sarebbero appartenenti a gruppi di difesa legale della Fratellanza Musulmana colpevoli di aver supportato le famiglie di prigionieri affiliati al gruppo islamico. Il Governo, invece, afferma che siano ex membri della Fratellanza, probabili esecutori della strage di lunedì, e che avrebbero aperto il fuoco all’arrivo dei militari.

La velocità con cui si moltiplicano le informazioni può creare grande confusione, ma il contesto in cui questi fatti stanno avvenendo può essere definito con maggiore precisione. Per quanto riguarda la situazione del Sinai, sembra evidente che la tensione tra Governo e gruppi jihadisti abbia raggiunto il livello di guardia. Negli ultimi mesi il gruppo, prima denominato Ansar Beit Al-Maqdis ed ora, dopo l’affiliazione allo Stato Islamico, conosciuto come Wilayat Sinai, avrebbe ampliato il suo raggio di azione, rivendicando attacchi anche al di fuori del Sinai. Il minore controllo delle forze armate egiziane in zone come la penisola nord-occidentale e il generale malcontento delle opposizioni rispetto alle politiche repressive del Governo al-Sisi, sarebbero stati i principali fattori di rafforzamento di compagini islamiste sempre più radicali.

Parallelamente, in un contesto di negazione coatta di qualsiasi tipo di dissenso, a due anni dal colpo di Stato che depose il Presidente eletto Mohamed Morsi, la società egiziana non ha smesso di essere percorsa da linee di frattura sempre più profonde e le cause che portarono alla Rivoluzione del 2011 non sono scomparse con l’avvicendarsi dei Governi. Essere opposizione in Egitto è, però, sempre più difficile e, mentre vengono messi al bando partiti, associazioni e movimenti, anche se privi di una chiara connotazione politica come gli ultras, molti giovani volgono lo sguardo verso i gruppi islamisti radicali. A tal proposito si sottolinei come, secondo l’ultimo rapporto di Amnesty International, esisterebbe in Egitto un vero e proprio problema di cancellazione di quella generazione che dovrebbe costituire il futuro sociale e politico del Paese. In Egitto si conterebbero circa 40000 prigionieri politici e, a questi, si aggiungano coloro che hanno lasciato il Paese (non una percentuale significativa, in realtà) e quelli di cui non si conosce il destino. Non solo scontri di piazza, arresti e lunghe detenzioni, dunque, ma anche la scomparsa di decine di attivisti: giornalisti, membri di associazioni, legali, appartenenti alla ormai illegale Fratellanza Musulmana. A questo si aggiunga un sistema di censura pervasivo, il peggioramento delle condizioni di vita di alcune categorie come donne o appartenenti a gruppi lgbt ed un sistema economico vicino al collasso.

Guardare agli attentati dello Stato del Sinai solo nel più ampio contesto dell’attacco lanciato nelle ultime settimane dallo Stato Islamico in tutte le sue espressioni e leggere le dichiarazioni dei ministri egiziani che parlano di guerra aperta tra Stato e jihadisti, potrebbe, dunque, essere fuorviante. La scelta di colpire obiettivi militari come i checkpoint nel Sinai o giudici e pubblici ministeri che in questi anni sono stati il mezzo attraverso il quale leggi restrittive si sono esplicate, è esemplificativa della strategia e del retroterra dei gruppi islamisti. La capacità di azione di questi movimenti, strettamente collegata alla mancanza di altre forme di espressione, trova nel malcontento generalizzato e nella volontà di opporsi allo status quo la sua maggiore forza. D’altra parte, affermando di lottare contro il terrorismo, il Governo, mese dopo mese, rafforza i propri strumenti punitivi e di controllo applicandoli all’intera galassia oppositiva.

Non stupisce, dunque, che nella stessa giornata degli attacchi siano state approvate due leggi che si porranno in continuità con la “Legge sulle proteste” del novembre 2013 e che potrebbero esacerbare ulteriormente gli animi: un nuovo regolamento per le elezioni parlamentari ed una legge anti-terrorismo. Secondo indiscrezioni le nuove normative contro il terrorismo dovrebbero permettere di sfruttare al meglio le intercettazioni telefoniche ed ambientali, di mettere sotto accusa coloro che propagandano materiale considerato terroristico anche tramite web e di estendere i periodi di detenzione preventiva. Inoltre sarebbero state inasprite le pene, fino alla condanna a morte, per gli appartenenti a gruppi terroristici mentre sarebbe stata prevista la tutela da ripercussioni legali per le forze di sicurezza in caso di violenza nella messa in atto della legge. Legge che dovrà essere firmata dal Presidente egiziano prima di entrare in vigore, ma che già ora fa temere per il peggio.

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