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Il quotidiano calvario di decine di migliaia di palestinesi della Cisgiordania che entrano in Israele per lavorare è il simbolo della dipendenza dell’economia palestinese da quella dell’occupante.

 


Foto e testo di Rossana Zampini-Nena News

Betlemme, 24 aprile  2014, Nena News – Alle 4, orario di apertura dei cancelli, la periferia del checkpoint straborda di taxi, bus e venditori ambulanti nel piccolo suk nato spontaneamente nel corso degli anni.

Se sei palestinese e hai una famiglia sulle spalle probabilmente sarai già in coda con gli altri 6.000 lavoratori, impiegati per lo più nel settore delle costruzioni, che ogni mattina attraversano il checkpoint che li divide da Gerusalemme.

Cinque, sei ore nei 500 metri di gabbia di ferro, un non-luogo fatto di tornelli e metal detector. Le grida e il rumore delle grate fanno da sottofondo. I più agili saltano la fila correndo e si calano dal tetto per paura di far tardi: arrivare fuori orario significa perdere la paga, ancor peggio il lavoro. Conclusi i controlli, il caporale li aspetta oltre il muro per selezionarli. Molti tornano a casa, dopo ore di paura e umiliazione.

“Ero uno di loro. Lavoravo oltre 8 ore al giorno per una compagnia israeliana, senza salario minimo, ferie, malattia o contributi”. Hassan, 61 anni, ogni mattina li accompagna distribuendo loro caffè gratuito.

“Le procedure per ottenere il permesso di lavoro sono molto lunghe e selettive – ci spiega – e degli oltre 80.000 palestinesi che lavorano in Israele, solo 40.000 hanno il permesso. Gli altri lavorano in nero, entrando di nascosto, scavalcando il muro o percorrendo per ore i boschi della Cisgiordania, mettendo in serio pericolo la propria incolumità”.

L’occupazione, iniziata nel ’48 e sanzionata – solo sulla carta – dalla comunità internazionale, ha significato la dipendenza dallo Stato israeliano, e i successivi accordi di Parigi hanno segnato il tracollo dell’economia palestinese. Da allora Israele attinge forza lavoro palestinese a basso costo – pur sempre il doppio della retribuzione in Cisgiordania – che attraverso il sistema di blocchi e controlli riesce discrezionalmente a gestire e contenere, come successo durante la Seconda Intifada, quando il rilascio dei permessi è praticamente crollato, lasciando in ginocchio intere famiglie.

“Ogni giorno la traversata può estendersi anche oltre le sei ore”. Tamer, 35 anni, 5 figli e una moglie da mantenere. “Cercano di metterci gli uni contro gli altri. Ho visto persone picchiarsi. Perdere addirittura una costola durante le ripetute percosse che avvengono nella gabbia. Non siamo animali, non siamo allo zoo”. Essere fotografati in circostanze del genere è per un uomo uno schiaffo alla propria dignità.

Alle sette il checkpoint è deserto, bicchieri e buste svolazzano nell’aria: l’esodo si è concluso. Hassan prende la sua gigantesca caffettiera e torna a casa: “A domani ragazza”. Nena News

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