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Un rapporto del centro per i diritti umani, preparato in collaborazione con HaMoked-Per i Diritti dell’Individuo, denuncia quanto subiscono i palestinesi arrestati e interrogati in questa prigione israeliana. Il ministero della giustizia respinge le accuse

La prigione di Shikma, nei pressi di Ashkelon, nel sud di Israele

La prigione di Shikma, nei pressi di Ashkelon, nel sud di Israele

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Gerusalemme, 24 febbraio 2016, Nena News – Privati del sonno talvolta per giorni, legati mani e piedi a una sedia, con movimenti del corpo limitati per ore. Soggetti a minacce di ritorsioni contro i familiari, a sputi e ingiurie. Lasciati per giorni, talvolta settimane, senza la possibilità di lavarsi, rinchiusi in celle sporche e puzzolenti, infestate da insetti, con la luce sempre accesa, spesso in isolamento completo. Costretti a subire interrogatori violenti, presi a schiaffi dagli investigatori, senza la possibilità di incontrare per giorni gli avvocati. Sono solo alcuni degli abusi e delle torture che subirebbero i prigionieri politici a Shikma, un centro di massima sicurezza ad Ashkelon nel sud di Israele, dove sono portati e interrogati molti dei palestinesi arrestati dall’esercito in Cisgiordania. A documentare quanto accade a Shikma è stata la ricercatrice Noga Kadman per conto del Centro B’Tselem per i diritti umani nei Territori Occupati e di HaMoked-In difesa dell’individuo.

«La ricerca si basa sulle testimonianze di 116 palestinesi detenuti a Shikma tra agosto 2013 e marzo 2014, tutti maschi tra i quali quattro minori», dice al manifesto Kadman, «quasi tutti hanno dovuto affrontare abusi e torture, un terzo ha dichiarato di aver subito percosse da parte dei soldati e dei poliziotti già durante il trasferimento alla prigione. 14 hanno detto di essere stati arrestati e torturati dai servizi di sicurezza dell’Autorità nazionale palestinese poco prima di essere arrestati dall’esercito israeliano». I sistemi usati a Shikma «hanno il fine di indebolire la mente e il corpo del detenuto» aggiunge la ricercatrice «si tratta di pratiche inumane vicine a forme di tortura che violano le leggi internazionali e quanto sancito nel 1999 dall’Alta Corte di Giustizia israeliana. A 16 anni da quella sentenza non è cambiato molto, migliaia di prigionieri palestinesi a Shikma e in altre carceri sono stati soggetti agli stessi maltrattamenti e torture».

38 detenuti hanno riferito di essere stati costretti, durante gli interrogatori, a rimanere ammanettati per ore su sedie minuscole con gambe di lunghezza diversa, che rendono dolorosa ogni posizione del corpo. «Quelle sedie spesso hanno una quinta gamba, più lunga delle altre, proprio in mezzo», ha raccontato un ex detenuto, Imad Abu Seriyeh, 22 anni, del campo profughi di Nur Shams (Tulkarem), «non si può riposare su quelle sedie, è impossibile, ogni posizione è peggiore di quella precedente…Quando mi hanno fatto alzare avevo la schiena a pezzi». A proposito delle minacce rivolte durante gli interrogatori, Faisal al Hadad, 18 anni, di Hebron, ha riferito «Continuavano a dirmi che mi avrebbero tenuto in isolamento. Per me era la minaccia più grave perchè temevo di morire in cella da solo…l’investigatore mi intimò di firmare ciò che voleva altrimenti mi avrebbe tenuto per sempre in isolamento…Gli risposi che avrei firmato qualsiasi cosa, ero terrorizzato dall’isolamento». Altri hanno riferito della minaccia di ritorsioni verso i loro familiari. 14 detenuti hanno denunciato violenze fisiche durante gli interrogatori. «Ezra (un agente dei servizi israeliani, ndr) mi ha stretto forte la gola con due dita, facendomi molto male, ho temuto di soffocare. L’ha fatto almeno cinque volte», ha denunciato A.A., 25 anni di Bani Naim (Hebron).

Sarit Michaeli, portavoce di B’Tselem, spiega che le autorità israeliane, di fronte alle denunce, avviano procedimenti contro cosiddette “mele marce” che spesso non portano a nulla. «Invece», aggiunge, «quanto abbiamo registrato a Shikma avviene anche in altri centri di detenzione, siamo di fronte a un sistema di abusi e torture nei confronti dei palestinesi arrestati in Cisgiordania. Un sistema che va avanti da lungo tempo». D’altronde, sottolinea Michaeli, «persino alcuni coloni (israeliani) arrestati di recente hanno denunciato quanto accade (durante gli interrogatori) anche se loro hanno subito solo una parte di ciò che aspetta i palestinesi detenuti».
L’avvocato Assaf Radzyner, a nome del ministro della giustizia israeliano, ha respinto le accuse di B’Tselem e HaMoked, definendole infondate, costruite su fatti isolati e distorti, e che gli interrogatori dei sospetti si svolgerebbero nel rispetto delle leggi e dei diritti umani.

ASCOLTA L’INTERVISTA ALLA RICERCATRICE NOGA KADMAN

 

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