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Il racconto crudo delle giornate tra i combattimenti e i bombardamenti degli abitanti di quella che un tempo era la capitale economica della Siria

Foto di civili feriti scattata a Douma (Damasco) lo scorso 7 giugno dal fotografo siriano Abd Doumany

Foto di civili feriti scattata a Douma (Damasco) lo scorso 7 giugno dal fotografo siriano Abd Doumany

di Federica Iezzi*

Aleppo, 11 giugno 2014, Nena News  – Ogni giorno il cobalto cielo siriano è costellato dai barlumi arancioni e dalle nuvole polverose delle esplosioni e dai boati assordanti e improvvisi dei bombardamenti. Le città e i villaggi tremano. La terra trema. Gli scontri sono quotidiani. I bombardamenti continui. Ormai non si riesce più a dormire, né a fare nulla.  Durante la notte per ripararsi dai proiettili intere famiglie trovano rifugio in fossati vicino casa. Nei ripari di fortuna che la gente cerca di erigere con plastica e stracci ci sono bambini che vivono scalzi.

Molti non possono andarsene perché sono troppo vecchi, troppo poveri o semplicemente non trovano una via d’uscita dai territori assediati. Decine di migliaia di persone sono nient’altro che ostaggi stretti tra l’esercito siriano, che impedisce a chiunque di entrare e uscire, e i gruppi islamici più integralisti, che hanno fatto di aree come Yarmouk, Jaramana, Hajar al-Aswad, sobborghi della periferia sud di Damasco, la loro roccaforte.

Il regime di Bashar Assad, affermano gli oppositori, lascia entrare nelle città allo stremo pochissime derrate alimentari. Ad Homs, aggiungono sempre gli oppositori,  avrebb bloccato il passaggio delle attrezzature mediche e avrebbe sequestrato negli straripanti carceri, uomini che tentavano di fuggire dall’inferno insieme alle famiglie. Il tutto davanti agli occhi dei miseri figli.

Il frastuono e la polvere tormentano le calde giornate di fine primavera. Macerie, cenere e calcinacci di case, moschee e ospedali sembrano guardare silenziose il resto della distruzione.

 Non si contano più morti e mutilati.

Dall’agosto dello scorso anno, denunciano alcuni centri per i diritti umani, sono comparse negli arsenali delle forze governative siriane ex barili di carburante riempiti con tritolo, pietre, pezzi di metallo di scarto, proiettili di artiglieria e petrolio.  Erano armi rudimentali ma l’esercito siriano avrebbe aggiunto a questi barili piccoli alettoni per stabilizzarli durante il volo e detonatori per sincronizzare l’esplosione quando toccano terra.  Gli islamisti che combattono contro il regime sostengono che siano gettati, indiscriminatamente, sui centri abitati colpendo i civili. Gli elicotteri militari, aggiungono gli oppositori, quando lasciano cadere i barili esplosivi non avrebbero alcuna pretesa di colpire con precisione.  Pioverebbero sistematicamente barili sulle case e chi ci vive, su palazzoni residenziali alti, su vie strette, rendendo di giorno in giorno più catastrofico il bilancio di morti e feriti.  Fonti locali riferiscono che solo ad Aleppo dall’inizio dell’anno più di 1.900 persone sarebbero morte per raid aerei, di cui 567 bambini.  I bombardamenti a colpi di mortaio, con autobombe e missili terra-aria, importati pare dalla Russia, sarebbero altrettanto indiscriminati. Il lancio non guidato rende impossibile la distinzione tra civili e combattenti. Così, affermano sempre gli oppositori, piomberebbero bombe sui fornai e su ospedali, colpiti più volte fino a non poter più funzionare.

Tutto rappresenta un’infrazione delle leggi umanitarie internazionali. La Siria non ha mai ratificato  il II protocollo aggiuntivo alle Convenzioni di Ginevra, adottato nel 1977, che garantisce la protezione dei civili nei conflitti non-internazionali, nelle guerre civili e nei conflitti interni.

Le forze armate siriane negano di colpire in modo indiscriminato e affermano invece di indirizzare i loro attacchi solo contro le formazioni “terroriste”, ossia i ribelli.

Amnesty International continua a chiedere che chiunque sia sospettato di aver commesso o ordinato crimini di guerra o crimini contro l’umanità, tra cui omicidio, tortura e sparizione forzata sia sottoposto alla giustizia.

Secondo gli ultimi report di Save the Children, dei 2.500 medici ufficialmente registrati nella zona di Aleppo ne sono rimasti 36, i quali ormai passano le loro giornate a sanare, con medicine poco reperibili e troppo costose, le vittime delle esplosioni dell’esercito di Assad. Nena News

 

 

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